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lunedì 5 agosto 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 37



Al tramonto. Al tramonto è più bello. Con questa certezza decidemmo di entrare a visitare il Cimitero Monumentale di Milano. Da giovani si gioca con la morte. E noi, io e Paolo, giovani lo eravamo. E potevamo permetterci di giocarci. Avvolgevamo gli angeli nelle nostre sciarpe. Ridevamo davanti a certe sculture. Sfottendo i diversi angeli piangenti come anche le tante donne, tutte afflitte, con il capo chino, sempre coperto da un velo. Prendevamo in giro questi stereotipi. Senza accorgerci che lì dentro qualcosa andava cambiando. Ogni tanto ci ritrovavamo incantati a osservare una scultura. A perderci nelle curve del velo, nei lineamenti vivi del volto, la finezza delle mani. Cominciammo così a ridere di meno e a osservare di più. Periodi storici che si accavallavano. Documentabile a occhio, dal tipo di stile utilizzato. Un vero viaggio nel tempo e nell'arte. Noi, rapiti da tutto ciò, non avevamo realizzato che era ora di uscire.
Fuori avevamo quasi vergogna a svelarci il sentimento che avevamo nei confronti del posto appena lasciato. Eravamo entrati spavaldi giovani, che volevano sfottere tutto, siamo usciti incantati da quello che avevamo visto.
La morte? La morte può aspettare.
La bellezza vince su tutto.


Non dormivo da Boris. Andavo da lui il pomeriggio e poi la sera, sul tardi, lui mi accompagnava a casa. Un'estate decidemmo di andare a mare di mattina. Lui era libero dalla scuola quindi potevamo approfittare del suo tempo. Andavamo a Barcarello. Quando c'erano ancora solo due baracchine, una che vendeva pane e panelle e l'altra che si spacciava per un bar. Io partivo da Romagnolo per arrivare a casa di Boris in viale Strasburgo. Per chi non conosce Palermo, basti dire che prendevo due autobus per arrivare a destinazione. Il viaggio, se tutto andava bene, durava dai quarantacinque minuti a un'ora. Mia madre, sempre premurosa quando poteva darmi del cibo, mi preparava il fagotto da portare via. Ed io mi facevo il tragitto accompagnato dall'odore di una frittata con patate e menta, delle melanzane fritte, o quello sempre più irresistibile di una parmigiana. A mare ci si andava più che altro per prendere un poco di sole. Anche perché il mare dove ci sono scogli non fa per me. Preferisco la sabbia e il mare che degrada lentamente. Mentre gli scogli nascondono, per un non provetto nuotatore come me, insidie inquietanti. Comunque avevo trovato una specie di vasca dove facevo abluzioni più che nuotare. Una papera che sguazzava nell'acqua. Era bello lo stesso. Per me era importante stare con lui e con lui condividere le bontà che amorevolmente mia madre ci preparava.









giovedì 18 luglio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 35





Lui era vittima di chiara discriminazione. Sessualmente gradiva le persone anziane. Nella cerchia delle nostre amicizie, tutti amanti dei ragazzi giovani e palestrati, era quasi un'offesa avere preferenze diverse. Fortunatamente lui ci rideva su. Anzi, spesso quando facevamo delle passeggiate, lui indicava una persona e diceva:
Miiiì, che bono!”
Schifiu!” Rispondeva puntualmente chi era con lui.
Io cercavo di spiegare che si possono avere gusti alternativi al giovane tutto proporzionato. Che anche da vecchi possiamo trovare nostri estimatori.
Niente da fare. Fra l'altro ogni volta che lui esclamava il suo: “Miii, che bono,” tutti si giravano a guardare a chi era rivolto il complimento. Per pentirsene subito dopo. Tutte le volte.



Bambini chiusi in bagno. Io e la cuginetta che abitava due piani sotto. Lei spesso frequentava casa nostra. Non so come ci siamo ritrovati chiusi noi due in bagno. Lei era già una bambina intraprendente. Ricordo che volle mostrarmela. Si alzò il gonnellina e abbassò le mutandine. E me la svelò. Non capii bene come fosse combinata la storia lì sotto. Di sicuro era strana. Di sicuro non mi piacque. Di sicuro una delle poche che ho visto.



Il film “La caduta degli dei” di Visconti era vietato ai minori di diciotto anni. Era il sessantotto, e io non avevo ancora compiuto i diciassette. Ci andai insieme a un ragazzo di vent'anni che lavorava come cameriere nel mio stesso albergo. A lui chiesero la tessera, e lasciarono passare me senza batter ciglio. Da sempre appaio più grande dell'età che ho. Forse è stato questo che mi ha preparato alla vecchiaia.




Avrò avuto undici anni. La mattina a scuola, di pomeriggio da Mimmo 'u varvieri. Quando mi ritiravo, la sera, spesso passavo davanti un garage di autobus. Una sera notai uno di questi autobus con la porta anteriore aperta. Salii e iniziare a giocare fantasticando di guidarlo. La storia si ripeté per più sere. Per sbaglio una volta accesi i fari. Accorse un guardiano del garage. Io scappai con il cuore in gola e quell'uomo alle mie spalle. Entrai nel portone di casa, salii i gradini a tre a tre. Noi abitavamo al quarto piano. Arrivato davanti la porta di casa non suonai. Mi appoggiai al muro sperando non si sentisse il mio cuore. Quello salì la prima rampa poi rinunciò. Dopo aver sentito chiudere il portone cominciai a rilassarmi. Aspettai un poco prima di suonare. Non volevo apparire troppo sconvolto.

domenica 7 luglio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 34



Con il maestro Romeo ho fatto le prime tre classi elementari. Alle successive due classi ne ho avuto un altro (che in quinta mi ha bocciato). Mi sono ritrovato con Romeo nel ripetere quella classe. Credo che avesse una certa simpatia nei miei confronto. Un giorno, dopo una interrogazione mi mise un braccio sulla spalla. Io ero imbarazzato da questo contatto non usuale. Poi con la mano cominciò a toccare i capezzoli. Io mi andavo scansando, avvicinandomi sempre più al muro. Lì era attaccata la cartina geografica dell'Europa. A forza di spostarmi arrivai a far cadere la cartina. Grande imbarazzo del maestro, nascosto da un sorriso. Io tornai al mio banco rosso come il fuoco.


Alla terza media nella mia stessa classe c'erano due fratelli. Nino e Ignazio. Quest'ultimo era il più grande fra i due. Suonavano entrambi il pianoforte. Qualche volta sono stato a casa loro e si sono esibiti a suonare alternandosi al piano. Di solito Ignazio durante le lezioni di lettere sedeva accanto a me. Questo per poter seguire la lettura dall'antologia, che lui non aveva. Si leggevano brani dall'Odissea. Durante la lettura, Ignazio cominciava a spostarsi in modo da poter arrivare con il suo ginocchio fra le mie cosce. Cominciava così un lungo strusciamento che durava per tutta un'avventura di Ulisse. Naturalmente non ero di marmo. C'era una certa collaborazione anche da parte mia. Noi, imprudenti, facevano tutto questo lavorìo seduti al primo banco. Proprio di fronte alla cattedra. Tanto che una volta il professore interruppe la lettura per dirci:
Voi due, scostatevi un poco. E sedetevi meglio.”
Di scatto ci siamo allontanati. Io naturalmente arrossendo. Poi fu come se non fosse successo nulla. Quello strusciamento, fin dall'inizio, esisteva finché veniva eseguito. Finito l'incanto, eravamo pronti a negare che fosse mai successo.


Imbranato. Nei confronti di Pino, mio fratello. Mi sentivo imbranato. Da piccolo lui si costruiva il monopattino a rotelle. Mio padre gli portava le ruote a pallini. Credo che si chiamassero così. Lui si costruiva il suo giocattolo da solo. Da un falegname si faceva dare i pezzi di legno necessari. Nel giro di poco tempo, inforcava il monopattino e scorrazzava per la strada. Una volta si costruì anche u carruzzuni. U carruzzuni era una specie di scatola di legno munita di ruote. Ampia abbastanza da potersi sedere. Il massimo, con questo mezzo, era percorrere una strada in discesa. E lì, lanciare u carruzzuni a rotta di collo, esponendosi a diversi pericoli. Non era difficile che la scatola si ribaltasse. Io solo una volta ho voluto provare il monopattino. E mi sono fatto male. Ho stretto i denti e non l'ho detto a nessuno.


Io e Massimo cercavamo casa. Ad Amsterdam non era facile. Trovammo questo buggigattolo che... ancora oggi, a distanza di moltissimi anni, definie appartamento è un'esagerazione. Questo era il modo di esprimersi di Massimo. Non diceva bugie, ma nemmeno la verità. Al primo incontro, la padrona di casa volle la conferma che sia io che Massimo fossimo omosessuali. Questo perché lei non affittava la casa a persone etero, visto che a suo avviso i gay erano soggetti molto più inclini a ordine e pulizia.
La signora soffriva di profondo razzismo e non era cosciente.



venerdì 14 giugno 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 33


Grazie al trasferimento a Palermo di Carlo Verri e Claudio Lo Bosco, il movimento omosessuale ha ripreso a camminare. Da anni, a parte una breve esperienza come Cooordinamento omosessuale palermitano, e la presenza di Lady Oscar-Arcilesbica, sia pure non attivissima, il movimento era in letargo. Da allora qualcosa si è mosso. Ci siamo svegliati. All'inizio eravamo in pochissimi, cinque o sei persone. Siamo diventati Articolo Tre: Associazione omosessuale. Successivamente è (ri)nata anche Arci Gay. Siamo arrivati, oggi, al Gay Pride Nazionale. Il merito di Carlo e Claudio è grandissimo in tutto questo.
Io ho insistito affinché si usasse la parola omosessuale e non gay nel nome dell'Associazione:
Non si può sbattere omosessuale così in faccia alla gente,” disse qualcuno.
Neanche il termine omosessuale fosse diverso da gay.


Mio padre era un tipo diciamo accorto. Non spendeva soldi inutilmente. Non lasciava accese le luci in una stanza se non ci stava nessuno. Accorto nel chiudere i rubinetti per non sprecare acqua. In casa veniva spesso deriso per questo. Tirchio, era il titolo che gli avevano assegnato. Ma lui, imperterrito, continuava nella sua missione. Quando andò in pensione, spesso faceva lui la spesa. A mia madre questo non andava giù. Lei aveva difficoltà ad uscire, i suoi acciacchi, di solito, la inchiodavano a casa. Un giorno mio padre comprò dei pesci. Savuri. Fra i pesci azzurri, diciamo, che hanno la carne meno pregiata. I savuri bianchi sono un po' più buoni. Non ricordo bene, ma sicuramente erano savuri...
Io stavo rientrando, e sentii mia madre urlare:
Arrieri savuri! Ma sulu chistu accatti?”
Appena entrato in cucina vidi mia madre che brandiva il coppo dei pesci con il piglio di un provetto lanciatore di pesi. Un istante dopo, un lancio perfetto... oltre la ringhiera del balcone.
E fu il volo dei Savuri.



In uno sperduto paesino della Lombardia. O meglio in un campo vicino - ma non molto - al paesino. Lì si svolse una tre giorni di controcultura, musica e cose così. Era il 1976: anno in cui usciva una pubblicazione che si chiamava Puzz. Nata inizialmente come fumetto si trasformò con il tempo in una pubblicazione che aggregava un gruppo neo situazionista. Non chiedetemi chiarimenti in proposito. A pelle mi erano simpatici. Mi piaceva la creatività che traspariva dalle loro pubblicazioni. Certo non era facile da leggere, usavano un linguaggio piuttosto contorto. Almeno per me. Quella tre giorni fu organizzata in larga parte dal gruppo di Puzz. C'ero andato con Umberto Tiboni. Lui era presente anche come distributore e partecipò anche a qualche dibattito. L'esperienza per me fu piacevole. Anche se si dormiva in tenda. Il momento tragico per me era quando dovevo andare in bagno. Non esistevano bagni chimici. Ci si poteva appartare dietro un cespuglio, dimenticandosi acqua e bidè, usando qualche foglia. Mentre oggi avrei meno problemi di questo genere. Con qualche sacchetto e alcune salviette ce la potrei pure fare.


martedì 11 giugno 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del pasato 32



Lui impazziva per le tette di Abbe Lane e per le velatissime cosce delle gemelle Kessler. Io impazzivo per lui. Fu un'illuminazione, quando capii cos'era quel malessere che provavo quando lo vedevo. Tutto uno sfarfallio nello stomaco, tremori alle ginocchia... e quello sguardo da pesce lesso che non riuscivo a togliermi. Mi ritornava sempre quella visione: lui nudo sotto la doccia. Avevo visto nudo anche mio fratello, ma non provavo le stesse emozioni.
Il signor Salvatore era l'uomo nudo. Mio fratello era soltanto... svestito.


Il primo campo coltivato a fave lo vidi di notte. Perdendoci il portafoglio, scivolato via dalla tasca dei pantaloni abbassati, durante una scaramuccia sessuale. Tutto mentre il suo amico autista aspettava in macchina. Eravamo arrivati lì su una spider rossa. In tre. Lui subito mi precisa che, non avendo la patente, si fa accompagnare da un amico. Mi aveva abbordato dicendomi:
«Sei qui in attesa che qualcuno ti rapisca?»
«Non sarebbe una cattiva idea...»
«Allora sali.»
Io lo avevo notato... su quella spider rossa. Ma vedendolo in compagnia di un'altra persona avevo perso le speranze.
Era stata la classica giornata di merda. Chiuso nella cucina dell'albergo Kinzica di Pisa, dove lavoravo. A cucinare, assumendomi il lavoro del collega assente.

Non avrei mai pensato si potesse concludere in un campo di fave. 

lunedì 10 giugno 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 31


Per accedere al corso di tecnico di laboratorio all'Istituto d'Igiene bisogna fare anche un colloquio. La commissione era formata da diversi docenti e dal direttore dell'istituto. Dopo alcuni convenevoli. Il direttore mi chiede:
«Che cos'è il suono?»
«Un'interruzione del silenzio.»
Mi guardò meravigliato e sorpreso. Ma non si espresse. Unica domanda.
Ammesso.


Ci si sedeva in circolo. Non c'era un programma. Iniziava per prima chi sentiva l'urgenza di parlare. Gli altri seguivano il filo o raccontavano altro. Lui, l'analista, alle volte interveniva, altre si limitava a tirare le somme alla fine della seduta. L'assistente invece stava sempre muto e non interveniva mai. Alle volte prendeva appunti. La seduta avveniva in due round il primo di novanta minuti, e l'altro di trenta con una pausa anch'essa di trenta minuti. Noi lì, a cercare di sistemare ognuno il proprio puzzle. Passai cinque anni nel gruppo prima di lasciarlo. Non ho completato l'intero mosaico, ma riesco ad avere lo stesso una visione d'insieme.
Può bastare.


Le catenelle colorate. Quando frequentavo la scuola elementare. Nel periodo di magra delle figurine di calcio, c'era la raccolta delle catenelle. Si compravano i singoli anelli della catena e poi si giocava con gli altri ragazzi. A tre o a cinque anelli. Si segnava la base dove dovevano arrivare, e poi si lanciava tentando di centrarla. Davanti alla scuola, la mattina, sostava là una bancarella. Vendeva caramelle, mele zuccherate, gomma da masticare e cocco a pezzi. Con trecento catenelle potevi avere un cocco intero. Mai nessuno, tra quelli che conoscevo, ebbe mai un cocco in cambio delle catenelle.


Intorno ai dieci anni andavo a lavorare da Mimmo il barbiere. Io ero quello che scopava, toglieva la schedina del totocalcio che veniva usata per raccogliere la saponata dal viso dei clienti, preparava i panni caldi da applicare dopo il taglio della barba. Allora, per fare lo shampoo si riscaldava l'acqua in una pentola e poi la si stemperava. Io mi occupavo anche di questo. Fra i tanti clienti ce n'era uno che quando lo vedevo arrivare sarei scappato volentieri. In modo scherzoso, mi chiedeva:
«Me lo fai vedere. Voglio vedere se lo hai più lungo di quello di mio nipote.»
E cercava di tastarmi mentre io facevo di tutto per allontanarmi, arrossendo per la vergogna e sudando per il disagio. Con mio zio che lavorava lì e non interveniva. Per tutti era un modo di scherzare. Per me, ogni volta, una sofferenza. Lui non era un pedofilo. Gli piacevano i ragazzi questo sì. Io lo scoprii molti anni più tardi.
Stronzo.


La noce moscata...
il sagrestano la portava nella tasca sinistra dei pantaloni. Spesso la tirava fuori e la strofinava fra le mani. Poi, avvicinandole a coppa al naso, ne aspirava l'odore. La tasca destra era quella bucata. E capitava che invitasse qualche ragazzo a infilarvi la mano. No, non portava le mutande il sagrestano. E odorava ovunque di noce moscata.

Io lo sapevo. 

venerdì 7 giugno 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 30





Un mio zio era impiegato presso un barbiere. Aveva come hobby l'allevamento di piccioni. Li allevava sul terrazzo di casa. Dove aveva costruito un'enorme piccionaia. Gli dava da mangiare, li curava e puliva. Tutto. L'unico utilizzo pratico era quello di un sms oggi. Mi zio si portava un piccione al lavoro. Quando era ora di tornare a casa lo liberava. Con un bigliettino legato ad una zampa con su scritto: "Cala a pasta".


Cibo spazzatura! E io l'assaggiavo. Spazzatura da grand hotel. Krasnapolsky di Amsterdam dove negli anni settanta ho lavorato. Facevo il controllo notturno di tutte le aperture verso l'esterno del albergo. Lo giravo quindi da cima a fondo. Passando naturalmente per la cucina. Ero alle prime canne e qualche volta ne preparavo una da fumare mentre facevo il giro. Iniziavo il giro dal tetto, dove davo le prime boccate. Era una porticina secondaria che dava su un terrazzo. Il giro durava più di un'ora. Girando in lungo e largo l'albergo. Quando arrivavo alle cucine si era sviluppata una certa fame. Scoperchiavo tutte le pentole lasciate sui fornelli. Purtroppo abbandonavano quasi sempre solo minestre. Tutte facevano vomitare, tranne una che dall'aspetto sembrava disgustosa, ma assaggiandola non era troppo male. Era una specie di minestra primavera con capellini spezzettati. Certo non c'era da appanzarsi ma qualcosina faceva. Scoprii con il tempo che anche un altro mio collega faceva lo stesso. Io lo vivevo con senso di colpa, lui come una bravata.


All'inizio del servizio civile noi obiettori siamo stati inviati nel centro salesiano di Arese. Noi pensavamo di essere lì per scegliere se rimanere o no, i preti per scegliere chi di noi poteva restare. Noi disarmati nella scelta. Loro ci sottoposero a tutta una serie di esami psicologici. Dal semplice colloquio a una serie di quiz, per finire con le macchie di Rorschach. Noi giocavamo, fottendocene delle loro regole. Una sera prima di cena ci si mise a giocare truccandoci con dei prodotti che aveva portato Mauro, un altro obiettore. Li usava quando suonava in pubblico. Lui faceva parte di un gruppo musicale e ogni tanto facevano delle serate. Ci siamo truccati tutti divertendoci come matti. Arrivata l'ora di cena siamo scesi nella sala da pranzo. Di solito qualcuno di noi andava in cucina, gestita da alcune suore, e prendevamo i vassoi con la cena per tutti. Mi presentai in cucina. La suora mi si avvicinò e mi guardava stupita. Le chiesi il cibo. Continuavo a chiedermi cosa avesse da guadare in quel modo. Dopo un bel po' realizzai che né gli altri né tanto meno io avevamo pensato a struccarci. La suora mi passò il vassoio la salutai serio poi scappai per andare a ridere nella sala da pranzo.


Lui era americano. In vacanza ad Amsterdam. Ci eravamo conosciuti in sauna. Poi mi aveva invitato ad andare nel suo albergo. Ci ritrovavamo, così, invece che a sudare su un lettino foderato in similpelle, in un letto vero. Al culmine, lui tira fuori una fiala la mette in mezzo a del cotone e la spezza mettendola subito dopo sotto il mio naso. Aspira! Curioso. Aspira! Vidi il mio cuore. Era lì di fronte a me che pulsava. La testa, che girava come una giostra impazzita. Il cazzo lo sentivo come un totem indiano. Il tutto durò una decina di minuti. Non capii cosa c'entrasse con il sesso. Ma a lui piaceva così.



mercoledì 5 giugno 2013

Edificio 17A - Edificio 17A- Cose che ricordo del passato 29



La casa dei miei era a Romagnolo. Una zona balneare dove nel giro di pochi anni fu vietata la balneazione. Dove qualcuno trovava le sigarette dei contrabbandieri, io un decennio dopo trovavo animali morti. Casa dei miei era formata da tre vani, un bagno, una cucina abitabile e la veranda. Le verande a Palermo, allora, avevano vita breve Nel giro di un niente erano trasformate in nuovi spazi abitabili. E così fu anche per la nostra. Diventò la stanza dove c'era l'armadio a cinque ante. Mobili che non piacciono più, ma non si buttano. Neglie sparse. Il mobile letto: quell'orribile invenzione. In uno dei due lettini ci dormivo io. Sull'altro, fantasticavo di notte, chi potesse dormirci. Erano sempre esseri che mi mettevano paura.
Di pomeriggio, in estate, la veranda diventava una sauna. Inutile tenere aperta la finestra. Per come era stata costruita non c'era niente da fare. Sopportavo il caldo pur di star lì, a far il niente delle mie cose. In inverno, naturalmente, era la stanza più fredda di tutta la casa. Allora mi avvolgevo in una coperta. Una di quelle militari, comprate da mio padre ai Lattarini. Passavo tutto il tempo che stavo a casa lì. Mi ci rifugiavo. Sì, era la stanza della mia gioventù.



Distribuivamo rose rosse e Liberazione. Primi ad annunciare la vittoria del no all'abrogazione della legge sul divorzio. Liberazione, giornale del Partito Radicale, era stato stampato prima di sapere il risultato tanto si era sicuri di vincere. Facendo una colletta comprammo delle rose rosse per distribuirle in segno di festa. Partimmo da Via Nicolò Garzilli, dalla sede della Sinistra Socialista che ci ospitava. Arrivati all'incrocio fra Via Ruggero VII e Via Mariano Stabile, una decina di fascisti ci si para davanti con delle catene in mano. Fuggi fuggi generale. Io e altri due compagni ci rifugiammo nella farmacia di Via Mariano Stabile. Ci fecero mettere nel retrobottega. Io vidi un martello e istintivamente lo afferrai. Ma fu un istante... e lo rimisi al suo posto. Intanto avevano chiamato la Polizia. Arriva la Digos e ci dicono di seguirli in Questura. Certi inviti non prevedono un rifiuto. In macchina diretti in questura, un agente seduto davanti si gira verso di noi e ci dice:
"Voi avete vinto il referendum, loro hanno vinto nella piazza".


Milano di notte. Io e Paolo ritornavamo a casa. Eravamo stati a casa di amici e si ritornava in via De Castillia. In corpo una pastiglia di acido in piena azione. Con Paolo era tutto più leggero. Non c'erano ostacoli e tutto era possibile. Ci ferma un gatto. Paolo inizia a parlargli. Lui inizia a seguirci a distanza. Arriviamo a casa e dopo un attimo di indecisione entra dentro il portone e sale le scale fino a casa. Gli diamo da mangiare quello troviamo in frigo. Ben poco in verità. Noi eravamo felici di essere stati scelti da quel bel gattone. Dopo due giorni di ospitalità è sparito nel nulla. Come l'acido.

lunedì 3 giugno 2013

Edificio 17A- Cose che ricordo del passato 28


Mi citofonano in piena notte. Saranno state le quattro. Mezzo intontito rispondo. Dall'altra parte una voce maschile mi dice:
Polizia, potrebbe scendere?”
Subito penso: ho ancora del fumo? Dove lo nascondo? Poi, più razionalmente mi avvio per vestirmi. Mi dicono che nel mio negozio sono entrati dei ladri. Hanno tagliato parte della saracinesca. Hanno rotto un vetro e sono entrati. Avevano preso i soldi della cassa, nascondendoli negli slip. In un cartone avevano messo delle riviste e dei cd da portare via. Ma sono stati beccati. Erano in due. Tutti e due del quartiere. Con precedenti penali.
Pochi mesi dopo, tutta la famiglia è stata arrestata per spaccio di coca.
Compresi loro due.


A Palermo fino ad una decina di anni fa l'acqua era razionata. C'erano turni ben precisi durante i quali veniva erogata. La mattina, nei vicoli del centro era un concerto di motorini al lavoro. Si riempiva tutto quello che si poteva riempire. Ogni tanto capitava un intoppo, e si restava senza. Quando la distribuzione avveniva a giorni alterni, era una tragedia. Voleva dire restare senz'acqua per due giorni interi. In una di queste occasioni chiesi a Francesco, che abitava sullo stesso pianerottolo, se mi facesse fare una doccia da lui. Mi disse di sì. Mentre ero nella doccia, alzando lo sguardo vidi... due funghi. Due funghi, identici a quelli che ogni tanto spuntavano fra i gradini della scala. Solo che questi crescevano a testa in giù.
Due funghi a testa in giù sul tetto della doccia.

Non so da quanto tempo gli frullasse in mente quella domanda.
Io e mio padre stavamo rincasando in auto, dopo aver fatto la spesa. Non ricordo di cosa stessimo parlando. Ricordo solo che usciti dalla macchina lui mi disse:
Giuralo sulla tua verginità.”
Espressione mai usata da mio padre. La sua era più che altro una velata domanda a me, vicino ai vent'anni. Voleva sapere se fossi stato a letto con una donna, e aveva sperimentato di chiederlo in quel modo. Il portone era vicino, e mi sembrò la salvezza. Non seppi rispondere se non con i segni del corpo.
Diventai rosso come un peperone.

Lei adesso è grande. L'ho vista pochi giorni fa con due bambine, suppongo sue. Al tempo avrà avuto poco meno di dieci anni. Io ero al mio secondo anno da edicolante. Lei passava spesso, andava a comprare il pane per casa e poi entrava nel mio negozio. Stava a sbirciare tutti i giornali che la interessavano. Un giorno mi sembrò avesse un'aria sospetta e la controllai facendo finta di nulla. Vidi chiaramente i suoi movimenti. Quando sta per andarsene la fermai. Subito mi disse:
Non mi tocchi!”
Allora fammi vedere quello che hai nascosto.”
Io non ho nulla, mi prende per ladra?”
Mentre diceva così, da sotto la maglietta le scivolò un Topolino.
E quello?” dissi.
Non avevo i soldi per comprarlo.”
Gioia di papà.


mercoledì 29 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 27



Sergio aveva deciso di prendere un cucciolo di cane. Il nostro era il primo tentativo. Se non proprio una casa famiglia, una minicomunità. Tre ragazzi, io e un'altra persona a badare in qualche modo a loro. Sergio spuntò con il cucciolo. Era deciso a tenerlo. Un cucciolo! Sapete cosa vuol dire? Un produtttore di pipì e cacca. In notevole quantità. Giornali ovunque a tamponare tutta la piscia del canuzzo. E cacca sparsa.
Non c'ero entrato per parecchi giorni. La stanza di Sergio aveva la porta chiusa. Una mattina dovevo svegliarlo per andare a lavorare e ho visto il pavimento. Una scacchiera di cacca.
Ma come fai a starci? Non si può camminare senza pestarne una.”
Lui si alza dal letto e facendo una strana danza arriva davanti a me senza pestarne una. Poi, a riprova, mi fa vedere come fa a tornare indietro. Compreso il salto finale per atterrare sul letto.
Dovresti pulire...”
A parte un poco di puzza, così è più divertente.”


Abitavo in via Chiavetteri. Era Domenica, giornata libera dal lavoro. Io la dedicavo a fare le pulizie. Volevo spolverare un mobile alto. Salii su una sedia. Scivolai e caddi sulla mano sinistra. Sopratutto il mignolo. Il dolore mi accecò. Dovetti correre in bagno per vomitare. Presi una molletta e le tolsi la molla. Con i due pezzi fasciai il dito tenendolo dritto.
Il giorno dopo avendo ancora un forte dolore andai al Pronto Soccorso del Buccheri La Ferla.
Quando giunse il mio turno le persone che avrebbero dovuto soccorrermi parlavano di ferie. Mi fasciarono il dito con un occhio al calendario. Mi bloccarono il mignolo piegandolo. Dopo diversi giorni, continuando a sentire dolore, mi decisi ad andare da un ortopedico. Appena vide il dito mi disse che c'era un tendine spezzato e che mi dovevo operare subito. Mi sono operato. Il dito, anche dopo la fisioterapia, è rimasto piegato proprio come lo avevano medicato al Pronto Soccorso.
Potrò mai dimenticare quei discorsi sulle ferie?



Fine anni cinquanta. Abitavamo in uno stabile di corso dei Mille. L'appartamento era grande, ben cinque stanze più i servizi. Eravamo però due famiglie in una casa. Certo, ci stringevamo un poco. Mia nonna con i suoi cinque figli più noi... si arrivava a undici persone. Io dormivo in una stanza dove c'era un lettino ed un letto matrimoniale. Nel primo ci dormiva mio zio Nino. Nel secondo ci dormivamo in tre. Pino e mio zio Franco dormivano con me sdraiato ai loro piedi. Per me non era una sistemazione ideale. Nella stanza c'era un piccolo tavolino accostato al muro e tre sedie. Le sedie, la sera, venivano adoperate per appoggiare i vestiti. Questi vestiti al buio mutavano. Si trasformavano in mostri spaventosi pronti ad attaccarmi. La soluzione era quella scontata. Mettere la testa sotto il lenzuolo. Sopportando la puzza di piedi.

lunedì 27 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 26


Ricordo perchè ho la foto.
Capelli bagnati, incontrollabili altrimenti. Lo sguardo di sfida ma impaurito. La maglietta a righe bianche e blu, che mi piaceva tanto. I pantaloncini con i bottoni grossi come quelli di Topolino. Le scarpe senza lacci e visibilmente vecchie. Diversi foruncoli evidenti sulle gambe. Io da piccolo. Ah, già quello che ho nella mano destra. Se non me li avessero dati questa foto non esisterebbe.

sabato 25 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 25




Eravamo partiti per Catania. Volevamo partecipare al Gay Pride che si svolgeva lì. Avevamo anche un nuovo numero di Woof!, la fanzine ideata da Filippo e dedicata agli orsi. Qualche nudo, ma niente di osceno. Con un fumetto ursino fatto dal nostro Perdido. Volevamo diffonderla durante la manifestazione. Eravamo appena arrivati sul luogo del raduno per la sfilata. In quel momento l'unica cosa alla quale puntavamo era un bar dove trovare dell'acqua fresca. Rinfrescati uscimmo dal bar. Appena fuori, un signore anziano con un ragazzino accanto mi chiede una copia di Woof!. Gli porgo una copia del giornalino. Lui sorridente mi dice:
E' per il mio nipotino”
No, non ho approfondito la cosa e sono andato via quatto quatto.


Alle acque calde... alle acque calde! Le acque calde sono una serie di pozze di fango sulfureo che si trovano vicino Alcamo. Non ci si andava solo per i benefici termali, ma anche perché spesso si facevano incontri. Sopratutto la sera, quando faceva buio. Quella volta ci andammo presto, era ancora giorno.Volevamo dare uno sguardo nei paraggi. Il posto ha un suo fascino. Decidemmo di risalire una gola con un fiume al centro. Arrivammo in un punto dove bisognava farsi un piccolo tratto di fiume nuotando. Appena due o tre bracciate per arrivare dall'altra parte. Pochissimi metri. Mi decido che ce la posso fare. Due, tre bracciate. Alla prima bracciata incontro in acqua una pecora che galleggia con la pancia gonfissima.



I Gatti Neri. Questo era il nome che avevano scelto per il loro gruppo muisicale. Uno di loro lavorava come cameriere nello stesso albergo dove lavoravo io. Hotel Kinzika di Pisa. Io li seguivo facendo il fotografo ufficiale. Nei backstage succedevano queste cose.
Una volta eravamo in un posto dove avevano montato un presepio enorme. Feci diverse foto ai vari personaggi. Cercando un qualche effetto particolare. Poi fui attratto dal velo sottilissimo e quasi trasparente che c'era dietro il presepe. Simulava il cielo. Per cercare un effetto flou, usando una forte luce diedi fuoco a tutto il cielo. Fortunatamente al solo cielo.
Un'altra volta siamo stati in un posto di montagna dove c'era la neve. E che fai non provi? Affittammo tutto il necessario. Bardati come provetti sciatori, ci avventurammo. Qualche passo. Riuscivo a fare qualche passo e poi cadevo. Ma non furono le cadute a farmi male. Fu un pattino venutomi addosso, puntando dritto dritto sul mio piede. Giornata sciistica conclusa. E anche tour musicale. Almeno per me..

venerdì 24 maggio 2013

Edificio 17A -Cose che ricordo del passato 24




Il primo capodanno passato ad Amsterdam non fu male. Eravamo a casa di Mario, un amico di Carlo. Preparò tutto il padrone di casa. Mario era un tipo precisino. Teneva la sua casa ch'era uno splendore. Trovava il tempo per aggiustarsi anche le sopraciglie, tirandosi i peli con una pinzetta. Naturalmente amava Liala, ed era un romanticone da morire. Aveva pensato a tutto lui per la serata. Dagli stuzzichini di vario genere ai festoni appesi da una parete all'altra. Invitati: naturalmente, solo uomini. Durante la serata, qualcuno faceva spegnere la luce. Per rendere l'ambiente... più intimo. Come se ce ne fosse stato bisogno.
Quella serata fu per me il primo capodanno in un ambiente finalmente accogliente.


Fra il carbone e il sanpietrino ricordo con piacere più il secondo che il primo. O forse il sanpietrino ha più storia. A Pisa lavoravo in un ristorante. Si cucinava su un piano di metallo riscaldato a carbone. Su questo piano si cucinava di tutto. Dal sugo alla pasta, ma anche bistecche. La riserva di carbone era in uno scantinato. Con una cesta si scendeva una breve scala. Si riempiva la cesta e si portava il carbone su. Questa operazione veniva fatta diverse volte in modo di avere una scorta sufficiente di carbone a portata di mano. Questo per tenere sempre caldo il piano cottura. Io ero il più piccolo di età, quindi, per una legge non scritta, spettava a me andarlo a prendere. Anche se in cucina avevo più responsabilità.
Fuori era un'altra storia. Non che utilizzassi tanti sanpietrini tanto quanto il carbone, ma il gesto e il senso erano sicuramente molto più alti.
Mi sarà capitato due o tre volte di tirare qualche sanpietrino, divelto facilmente dal pavimento stradale, e scagliato contro la polizia. Resta vivida la memoria del sasso in mano contro il potere. Il carbone no. Era il 1969.


Lui era estroso. Ma anche se io non dicevo nulla, mi faceva un po' impressione la sua collana. Ad Amsterdam il fine settimana eravamo soliti, io e Massimo, andare la sera insieme in un pub: il COC. Questo era affiliato ad una associazione che sosteneva i diritti delle persone omosessuali. Lui, Massimo, si agghindava in queste occasioni con una collana. La particolarità di questa collana stava nel suo ciondolo. Il teschio di un cane. Una volta mi raccontò la provenienza. Era un cagnolino che aveva in casa la sua famiglia. Dopo morto fu seppellito nel giardino adiacente alla casa. Un giorno, scavando, rispuntò. Lui lo prese, lo pulì e lo trasformò in una collana. Non era per niente bella. Ma attirava molto l'attenzione degli altri.



mercoledì 22 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 23




A Milano, durante il servizio civile, frequentavo una scuola serale. Li conobbi il professore di matematica più simpatico mai conosciuto. Nell'intervallo qualche volta si metteva davanti a un pianoforte che si trovava in un'aula e suonava, divertendo tutti e divertendosi un mondo. Le sue lezioni erano affascinanti. Geometria e algebra sembravano più comprensibili. Nella stessa scuola conobbi un ragazzo che vendeva acidi. Io ero quello incaricato dal gruppo di rifornirci. Ne prendevamo tanti, ma naturalmente non li assumevamo tutte in una sera. Di solito la serata LSD era quella del Sabato. Per il semplice motivi che in ogni caso avevamo la giornata della domenica per poterlo smaltire completamente.
Le pastiglie erano di colore viola e a forma di piramide. Il giorno dopo ci salivano dei rigurgiti che avevano il sapore delle viole. La sera prima era più difficile dire di preciso cosa fosse successo. Per lo più restavano sensazioni che portavano ad una sorta di misticismo. O ad una sua ricerca. Fra i tre fissi del gruppo - ma ogni tanto si aggiungeva qualche altro - io ero quello più razionale. Riuscivo a camminare in equilibrio fra il qui e il là. Per qualcuno significava non volersi lasciare andare del tutto. Ma io dovevo esserci, non volevo perdere il controllo. Paolo partiva in quarta e andava via, ma se lo richiamavo, lui c'era. Giulio ero il tipo perso, l'esatto contrario di me. Lui, che voleva partecipare alla discussione fra me e Paolo su quale strada fare per tornare a casa. Appena gli è stato chiesto il parere ha cominciato ad avvolgersi in una spirale di dubbi. Mancava poco e ci avrebbe coinvolto nelle sue paranoie. Lui, che davanti alla difficoltà ad aprire il portone di casa comincia a tirare fuori la storia di un complotto per non farci aprire il portone in modo da ritardare il ritorno a casa. Lui, che si presentò nudo al tavolo al quale sedevamo io e Paolo e... pisciò. Una lunghissima innaffiata. Poi soddisfatto ritornò a letto. Ecco questo è un tipo perso.
Io mi vivevo Milano, con le tante sfaccettature del mio essere lì.


Quando da piccolo scontavo la colonia estiva, i miei venivano a farmi visita la Domenica. Non tutte le settimane, ma quasi. Venivano carichi di pasta al forno, parmigiana e cotolette. Tutto cucinato da mia madre. Si mangiava e si restava insieme fino al primo pomeriggio. Dopo averci lasciato qualche regalino - per lo più cibarie varie - ripartivano. Lì mi si chiudeva il cuore, completamente al buio. La Domenica sera era tristissima. Un primo approccio alla comprensione della nostalgia.


Mio padre comprava ogni settimana La Domenica del Corriere. Una delle poche riviste che giravano per casa. Ero affascinato dalle copertine di Walter Molino che illustravano l'evento della settimana. Lo sfogliavo quando andavo in bagno. Come facevo anche con il Sorrisi e Canzoni. Ogni settimana pubblicava i testi di sei o sette canzoni. Scorrevo l'elenco per vedere se c'era qualche canzone che conoscessi. Se c'era, mi mettevo a cantare felice, seduto sul water.

domenica 19 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 22



Santo, il figlio del maresciallo Piazzese, mi dava lezioni d'inglese. In una caldissima estate in una veranda. Con dibattiti sulla pronuncia. Io ascoltavo attentamente la pronuncia dei Beatles. Quella ripetevo, quella era corretta. Invece lui sosteneva di no. Lui aveva studiato. Io ero alle prime armi. Qualche volta chinavo il capo e accettavo la sua versione. Qualche volta.


In casa c'era uno stanzino. Utilizzato come ripostiglio. C'era anche un tavolino con tre, quattro sedie. E tutt'intorno scatole di scarpe, detersivi, secchi e stracci. Noi bambini, lì, ci giocavamo. Costruivamo mondi con tante avventure. La finestrella diventava l'oblò del razzo sul quale volavamo verso un altro pianeta. O c'era il battesimo di una qualche nuova bambolina, vestita per l'occasione con un abitino di tulle fatto da noi. La fantasia non mancava.


Oggi le cose sono cambiate, ma quando Franco Battiato eseguì il suo “Zà” al Punto Rosso non c'erano le folle oceaniche. Franco venne ospite a casa mia insieme al maestro Giusto Pio e consorte. Mia madre e mio padre erano, come al solito, a New York da mia sorella. Io ne approfittai per ospitare i musicisti. Così nel loro letto dormirono violinista e moglie. Franco si adattò a dormire sul divano letto. Siamo stati insieme quasi tre giorni. La cosa che più mi colpì furono le sue conversazioni e l'unico, ossessivo argomento: la musica. Non parlò altro che di musica. Fino alla nausea.


Come si aprivano le cinquecento? Con una chiavetta, utilizzata per aprire la carne in scatola. Con la stessa si avviava il motore. Cose imparate dai ragazzi del carcere minorile di Milano. Gianfranco, un altro obiettore di coscienza, era partito ed aveva lasciato la sua cinquecento. Una sera la tentazione fu enorme, mi procurai la chiavetta, e andai a farmi un giro per Milano. Con una certa ansia. Ma il giro lo feci.


Con un ingranditore per foto di scarsa qualità mi dilettavo a stampare foto in bianco e nero. Lavoravo nel ristorante Il Rustico fra Migliarino Pisano e Viareggio. Io e un altro cuoco abitavamo in un appartamento messo a disposizione dal ristorante. Nella mia stanza impressionavo la carta fotografica e sviluppavo. Mettevo un disco di Tenco e lo usavo come cronometro. I risultati non erano esaltanti ma mi piaceva questa cosa misteriosa di vedere emergere una foto da un foglio di carta bianca. Poi, visti i risultati, decisi era meglio fermarsi lì.





sabato 18 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 21


La bancarella di via Cavour. Quando la sera rientravo a casa, davo sempre una sbirciatina ai volumi esposti. L'acquisto di almeno un volume era assicurato. Lì comprai diversi volumi di Freud editi dalla Boringhieri. Alcuni volumi di poesie di Prevert, Withman, Blake. Per non parlare dei romanzi di fantascienza. La Bancarella era per me come l'ultimo spazio di libertà prima del rientro. Contavo prima i soldi, per essere sicuro di poter pagare il volume scelto. Dopo mi piaceva scartarlo, sfogliare il libro e odorarlo. Alle volte iniziavo a leggere il libro per strada. Approfittando della luce dei lampioni.

Appena arrivato ad Amsterdam iniziai subito a lavorare. Grazie ad una agenzia di collocamento. Il lavoro consisteva nello stare davanti ad una macchina da pressa e staccare il pezzo stampato. Non ricordo se si lavorasse sette ore, compreso il tempo per due pausa caffè. Scoprii abbastanza presto che non ero il solo che ogni tanto si lasciava sfuggire un pezzo difettato. Le due pausa caffè avevano orari diversi. Una di dieci minuti, l'altra di quindici. Il lavoro di per sé non era faticoso, ma decisamente alienante. Si arrivava a fine turno completamenti rintronati. Unico desiderio: pulire la mente con il silenzio.

I ricordi di un altro diventano anche i miei. Sopratutto quando l'altro era Boris. E il ricordo veniva raccontato spesso. Ogni volta con atteggiamento diverso. Dalla rabbia alle lacrime, all'ironia, ma sempre con un pizzico di nostalgia. Alle volte la versione si allungava e venivano fuori piccoli particolari insignificanti Il colore di uno scialle non aggiungeva gran che al racconto. La storia si svolse nei primi anni del 1930. I genitori di Boris avevano comprato dell'olio nuovo. Per saggiarne la bontà, sua madre propose di friggerci un uovo e darlo da mangiare al bambino. Il bambino sentì e capì. L'uovo non arrivò mai, ma la ferita e la sensazione che volessero usarlo come cavia per un esperimento non andarono più via.

Da un'idea mia e di Roberto Lo Sciuto, idea alla quale si associarono successivamente Franco, Benny e Maurizio nacque il Punto Rosso. Il locale era quello precedentemente occupato dalla Locanda degli Elfi. Storico gruppo teatrale palermitano. Il Punto Rosso era la somma di tante cose messe insieme. Era una piccola distribuzione di riviste e libri. Era un minicentro di documentazione che raccoglieva vari documenti sul movimento, dai beatniks a Lotta Continua, dal materiale anarchico a Re nudo. Avevamo lo spazio per fare piccoli concerti. Abbiamo fatto una serie di concerti dedicati alla nuova musica con Kamisaska, Francesco Messina, Franco Battiato. Andati economicamente male. Successivamente abbiamo fatto un concerto con Alfredo Cohen. Questo fu l'unico evento organizzato da noi andato in pareggio. E fu un successone. Con due repliche in più non previste.

giovedì 16 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 20






Francesco abitava vicino al mio appartamento in via Chiavettieri. Condividevamo gli svantaggi e le piccole gioie dello stare soli. Andavamo il sabato sera all'Exit. Non tanto per rimorchiare. Almeno così sosteneva. Perché allora?
Per vedere le solite facce e potersene poi lamentare.”
Non era molto espansivo, Francesco, so che covava un suo dolore personale. Un veleno difficile da eliminare. Ma lui non ci provava nemmeno. Quindi mi faceva parlare e parlare di me per serate intere. Ogni tanto aveva delle battute fulminanti. Mi sarebbe piaciuto tanto trascriverle. Mi ha fatto conoscere Tori Amos e riscoprire Kate Bush. Fra noi due generazioni diverse. Mind the gap. Attenzione al vuoto. Il nostro vissuto era così diverso... sembravamo sbarcati da pianeti differenti. Il nostro vivere l'omosessualità. Io ho dovuto lottare per un minimo di riconoscimento. Lui per nuovi diritti. Io notavo in lui un certo romanticismo d'altri tempi. Lui vedeva in me un libertino amorale. Rimanendo amici.
Col tempo ci siamo persi. Ognuno di noi due è tornato sul proprio pianeta d'origine. Ogni tanto mi capita di alzare gli occhi al cielo e pensare a lui. Incredibilmente in modo affettuoso. Mi manca Francesco...

Mia nonna Barbara era una giocatrice incallita. La sua passione era il gioco del lotto. A quel tempo l'estrazione avveniva solo di Sabato. I numeri della giocata venivano scritti a mano, con una grafia svolazzante. Lei, durante la settimana, smurfiava i numeri da giocare. Nati da un sogno o da un avvenimento particolare. A volte faceva la cresta sulla spesa, pur di racimolare i soldi per le sue giocate. Nessuno sapeva bene quanto giocasse. Nascondeva le cartelle nelle profondità delle sue tasche. Una giocata fissa era il terno 5- 6- 80. Lo giocò per diversi anni senza mai interrompere la tradizione. Ogni tanto vinceva qualcosa. Alla sua morte, per diversi mesi mi accollai la tradizione. Poi smisi. Non avevo avuto risultati incoraggianti.

martedì 14 maggio 2013

Edificio 17A -Cose che ricordo del passato 19



La colonia estiva passata con un'identità falsa. Pur di mandarmi per tre mesi in colonia mi ci mandarono con il nome di un altro bambino. Francesco La Mattina. Non solo. In questa colonia, che si trovava a San Vito lo Capo, curavano non so quale malattia degli occhi. Quindi io, che non avevo nessun disturbo, mi dovevo curare lo stesso. Solo così potevo usufruire della colonia. Falsa identità, falsa malattia. La mattina e la sera, tutti in fila indiana per ricevere delle gocce o della pomata negli occhi. Quest'ultima non la sopportavo. Per diversi minuti la vista si appannava. Aprivo e chiudevo le palpebre per cercare di eliminare la pomata. Bei ricordi. Veramente.


Quando Marianna e Valeria erano piccole, la Domenica, portavo loro Il Corriere dei Piccoli. In quel periodo questo settimanale, già in crisi, metteva in ogni numero un gadget. Io portavo la rivista in dono nella speranza di trasmettere loro il piacere della lettura dei fumetti. Ma le due ragazzine erano più interessate al regalino allegato. Spesso nemmeno sfogliavano il corrierino e si catapultavano subito sulla sorpresa della settimana. Non sapevo come comportarmi, quindi continuai a portare il Corriere dei Piccoli anche se credo che non lo lessero mai. Maledicendo certe scelte editoriali senza futuro per la lettura.

Durante il servizio civile ho abitato a Milano, in uno di quei classici appartamenti da ringhiera. In via De Castillia. Trovavo orribile che ci fosse un solo gabinetto alla turca per tutto il piano. Io avevo grosse difficoltà ad utilizzarlo. Schifato riuscivo solo a urinare. Inoltre in casa non c'era modo di lavarsi se non nel lavandino utilizzato per i piatti. Un giorno sì e un giorno no andavo al Diurno vicino la Stazione Centrale. Il diurno era in una galleria sotto il piano stradale. Nella stessa galleria c'era un cinema. Accanto alla cassa c'erano dei cartelli con su scritto “Allontanatevi. Non si accettano reclami”.

L'insegnante di inglese nella base Nato vicino Amsterdam. Ci si frequentava da un paio di mesi.
Quando avevo il giorno libero dal lavoro lo andavo a trovare nel paesino dove abitava. La cena era sempre la stessa. Bistecca enorme con patate fritte e panini sofficissimi. Il tutto era rigorosamente surgelato. Una volta gli dissi se era possibile cambiare menù. Si offese come se avessi sputato sulla bandiera americana 

domenica 12 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 18




Cinque anni di analisi di gruppo, con un consistente lavoro dentro di me. Anche osservando gli altri componenti del gruppo. Si entra in terapia, di solito, per una profonda ferita nell'anima, ancora aperta e sanguinante. Spesso si tende a pensare che sarà cancellata. Non funziona così. La ferita resterà sempre lì. Rimarginata, non più sanguinante. Solo una cicatrice, ma sarà lì. Ogni tanto può dare fastidio. Non sparirà del tutto. Sarà sempre lì.

Mio zio Agostino, chiamato da molti u monaco. Da piccolo per devozione, vestirono il bimbo con un abito monastico. Da lì il sopranome che gli rimase per tutta la vita. Lavorava presso le ferrovie svizzere. Tornava a casa due, tre volte l'anno. Portava dei regali anche a noi bambini. Una macchinina di latta, riproduzione di un'auto di lusso. La scimietta alla quale si dava la corda e suonava i piatti. Il gattino con una pallina fra le zampe che correva e poi girava su se stesso. Tutti giocattoli portati per noi, ma con i quali potemmo giocare pochissimo. La loro inevitabile fine era quella di essere esposti in una vetrinetta come oggetti da collezione.

Ci avevano presentati come se non ci conoscessimo. Anche se qualche particolare lo avevo dimenticato, la nostra conoscenza era più profonda di quanto io pensassi. Avevamo scelto di vederci una sera davanti a una birra. Lui giocava con me, perché aveva più memoria. Io lo trovavo affascinante e non riuscivo a staccare i miei occhi dal suo viso. Ricordavo come il destino giocò con noi, per non farci incontrare. Per diversi anni. Lui si divertiva con i vuoti nella mia memoria. Contraddicendo ciò che io sostenevo. La serata fu deludente. Trattato da giocattolo. Al quale si può anche chiedere:
Ma tu avresti intenzione di venire a letto con me?”
In verità, sì”
Te lo puoi scordare. Non succederà mai.”
Si può dire di no.
Si può rifiutare.
E' il modo che uccide.

Chiusi il volume. Fissai il soffitto senza certezze. L'uomo nell'alto castello, di Philiph Dick.
Mi chiedevo cosa fosse falso e cosa fosse reale. Mi sentii come se fra me e quello che i miei occhi vedevano là fuori c'era una forma di distanza. Tutto poteva aveva la caratteristica del vero e nello stesso tempo poteva essere falso. Nessuna versione era più convincente dell'altra. Se non sono impazzito allora, non impazzirò più.

mercoledì 8 maggio 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 17






Boris era una persona straordinaria. Con lui, una passeggiata era tutta una scoperta.
Un giro in macchina: una storia da raccontare.
Vedi quella pianta? Quello è il sommacco.”
Da lì partiva con la storia del padre che faceva la raccolta. O meglio, la faceva fare ad altri. Il padre dava loro qualcosina. Dal sommacco si estraevano tannini usati nella concia delle pelli. La stessa pianta veniva messa nei pollai per allontanare i pidocchi delle galline. I frutti sono velenosi
Tranne che di fumetti, con Boris potevi parlare di tutto. E sapeva raccontare storie bellissime. All'inizio degli anni cinquanta era iscritto al PCI. In un paese, Camporeale, sotto il dominio dei mafiosi. Non era facile. Spesso mi raccontava degli episodi, paragonabili, con i dovuti distinguo, alla Resistenza. Le ricordava, spesso con le lacrime agli occhi, quelle battaglie fatte insieme ai contadini. Poi uscì dal PCI, dopo l'invasione dell'Ungheria da parte dell'URSS.
Che fosse ateo è dir poco. Ogni volta che in TV appariva il papa, partiva tutta una serie di insulti. Quando è morto, le persone a lui vicino decisero di portarlo in chiesa con messa e benedizione finale. Troppo incazzato, me ne sono andato subito.


Per diversi anni, Rosuccia, figlia di mio zio Sarino, passava l'estate da noi. Io frequentavo ancora la scuola media. I suoi vivevano a Genova. Lei era la nipote preferita da mia madre. Questo alle volte mi procurava gelosia. Ma tutto sommato, con Rosuccia avevamo un bel rapporto. Di pomeriggio mia madre buttava una coperta per terra e tutti e due dormivamo insieme. Poi Rosuccia con gli anni venne sostituita dalla sorella Antonella. Anche lei passava i mesi estivi con noi.


Potevo avere sei anni quando salivo su uno sgabello per mettere i dischi. Il mobiletto radio aveva un coperchio che nascondeva il piatto per i dischi. Questi erano ancora i vecchi settantotto giri. La puntina era molto simile ad un chiodo. La scelta era ridotta. Nilla Pizzi, Maria Paris, Claudio Villa e Paul Anka con la sua Diana e pochi altri. Maria Paris era quella che mi faceva più simpatia. I dischi erano ancora fragili, una caduta per terra ed era la fine. Poi arrivò la valigetta giradischi dove si potevano ascoltare i 45 giri. Uno dei primi fu uno con in copertina una ragazza di colore seduta su una sedia in modo provocante. Per molto tempo pensai che Milva fosse una ragazza di colore. La canzone era “Le rififi


Il canadese, cacciato via dalla casa di un amico che abitava un piano sotto l'appartamento di Carlo. Ad Amsterdam ci sono palazzi di tre o quattro piani. In ogni piano spesso c'è un solo appartamento. Dove abitavamo noi la casa era composta da un unico vano con servizio e doccia. In quel periodo convivevo con Carlo. Il canadese era un bell'uomo che mi fece subito simpatia. Ci si frequentò per il breve periodo che passò ad Amsterdam. Poi, per lavoro, dovette andare a Dussendolf. Da lì mi fece avere un biglietto per un volo di andata e ritorno per andarlo a trovare. Non aveva assolutamente problemi di soldi. Li spendeva con una facilità incredibile. Ci scrivevamo e lui ogni tanto mi mandava un assegno. Anche, a distanza di anni, quando ero già tornato a Palermo.

L'amico di cui scrivevo sopra, noi lo chiamavamo la zia acida. Un tipo ossessivo. La casa sempre pulitissima e guai a spostare un qualsiasi oggetto. Naturalmente vietava tassativamente di fumare. Lavorava come steward nella compagnia aerea KLM. Integrato totalmente nel mondo olandese. Rifiutava di essere italiano. Ed evitava a parte Carlo e me, gli altri italiani. Quando faceva qualche incontro, se scopriva che l'altro era italiano lo mollava. Così su due piedi. Una vera zia acida.