domenica 25 agosto 2013

Edificio 17A - Il lungo sonno


Non so cosa sia successo. Sono andato via con la testa. Troppo fentanil, che è più potente della morfina. Quanto potente? Cento volte di più. Forse le due sostanze si sono incontrate e accumulate . Nessuno sa darmi spiegazioni. Nessuno. Tutti a preoccuparsi per me. Tutti a controllare che io fossi sveglio. Ricordo: l'incontro con una strana persona. Un'assemblea. Un gatto che girava su se stesso. Il nulla. Mi venivano in mente: l'immagine di mio fratello seduto sulla poltrona che c'è in camera. Mi parlavano anche Claudia e Filippo. Filippo che ho voluto abbracciare, che cercavo continuamente. Avrei voluto alzarmi. Ma tutti, compreso Giuseppe l'infermiere, anche lui presente nella stanza, si opponevano. Solo alle venti sono riuscito ad alzarmi. Ho mangiucchiato qualcosa. Mio fratello va via insieme a Filippo. Filippo per dare da mangiare a Giuggiola e Santino, i nostri due mici. Poi ritorna. Sempre accompagnato da Pino in macchina. Anche Claudia se ne torna a casa. Resto da solo con Filippo. Apro il Gohonzon. Faccio fatica a concludere la preghiera. Mi metto a scrivere queste note con continui flash. Non capisco se sono fatti realmente accaduti o sono cose che ho sognato in questi giorni. Interrompono la scrittura. Riprendo non riuscendo a capire del tutto. In fondo, questo mi ha spinto a fare cinque anni di analisi. Solo che adesso è diverso. Non mi fa più paura. Posso affrontarlo. Vivo battagliando continuamente. Se vinco o perdo è secondario. L'importante è come vivo questo. Io cerco di viverle da vero guerriero.

Palermo, 21 agosto 2013

Il lungo sonno è l'ultimo capitolo che Salvatore, mio compagno di vita per tredici anni, mi ha chiesto di rivedere prima che il veloce progredire della malattia mettesse fine a questa avventura letteraria. Un diario di vitalità e una testimonianza di dignità che merita una conclusione, sia pure non scritta dal suo autore principale.
Salvatore nella sua vita è stato mille cose. Tutte diverse. Ma non si è mai pianto addosso. Non più di cinque minuti, almeno. Non parlerò, per questo, del suo rapido declino, ma di quella luce che fino all'ultimo ha continuato a rischiarare quanti erano vicino a lui, nonostante la fine del viaggio fosse ormai vicina. Con questo diario, Salvatore ha mostrato a tutti il vero significato della parola resistenza, e l'inarrestabile forza di una creatività che non si arrende neppure davanti alla disfatta. Salvatore ha comunque vinto sulla malattia. Facendole le boccacce, osservandola, e crescendo in umanità fino all'ultimo giorno a dispetto di tutto. Guardandosi indietro, non poteva essere che così. Una mente come la sua, un cuore come il suo, che tanto hanno dato alla città di Palermo, vivono in queste pagine come in ogni iniziativa presa in una vita vissuta intensamente come pochi sono riusciti a fare.
Un guerriero del quotidiano, e un uomo capace di suscitare esplosioni artistiche in tutti coloro che lo avvicinavano, come un allegro contagio. Salvatore è stato questo: un meraviglioso catalizzatore di vita. Ci auguriamo tutti che continui a esserlo per quanti lo hanno conosciuto attraverso queste pagine.
Saluto l'amore della mia vita, il mio migliore amico, con una delle più note poesie di Eugenio Montale. Parole appropriate per una persona immensa come lui.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

lunedì 19 agosto 2013

Edificio 17A – Chi ha paura della morfina?




Non digerivo il Targin. Pillole a base di morfina. Lo hanno sostituito con un cerotto da 35 mg, sempre morfina, ma assunta in modo diverso. Il cerotto viene tenuto tre giorni e poi si cambia. Prima settimana, due sostituzioni. Ma nulla cambia. I dolori non diminuiscono. Allora non più uno. Due cerotti, con dose aumentata 52 mg. Un'altra settimana con due cerotti. Ma sembra che la morfina ed io non andiamo d'accordo. Il dottore dice che avendo avuto spesso la febbre con conseguente sudorazione, questo potrebbe influire sull'assorbimento del farmaco. Non lo so, potrebbe pure avere ragione lui. Ma io comunque non ho avuto nessun beneficio. Morfina, e molti pensano ad una persona ormai agli sgoccioli. Penso che non sia così. A me non fa paura. Anzi direi che mi ha deluso. Mi aspettavo chissà quale effetto, invece nulla di nulla. Assumo un mix di pillole a base di oppiacei e adesso anche morfina. Un tossico senza nessuno sballo. Una fregatura. Oggi mi hanno cambiato i cerotti. E siamo a tre. Hanno aumentato ancora. Tre cerotti. Non ho chiesto nemmeno a quanti milligrammi siamo arrivati. Sono abbullato con tre cerotti. Due sulle braccia e uno sul petto. Meno male che non c'è nessuna scritta. Potrei sembrare sponsorizzato da qualche ditta.
Dopo pranzo, appanzato, mi è venuta voglia di distendermi sul letto. Mi prendo un volume di Tank Girl e disteso inizio a leggere. Carino. Dopo poche pagine il mio ano comincia a farsi sentire. Come se mi girassero un peperoncino al suo interno. Poi fitte e dolore. E ancora, scariche elettriche alla caviglia. Devo alzarmi. Il dolore aumenta. E quel cazzo di morfina che fa? Nulla.
No, bisogna aspettare qualche giorno” mi dice Nina, un'infermiera. Ma come qualche giorno? Intanto, quindi, sono scoperto?
Allora, per calmare il dolore si ricorre ad un'altra pillola della quale non ricordo mai il nome. Io gli chiedo l'estintore deformando il vero nome. Santa pillolina che si scioglie sotto la lingua. Amara come un cardo selvatico. Ma meglio questo gusto amaro che sopportare il dolore. L'effetto è abbastanza veloce, nel giro di dieci quindici minuti il dolore comincia a scemare fino a scomparire del tutto. Sarà una bomba di una di quelle sostanza che fuori sono definite droghe.
Il pomeriggio può continuare senza dolore. Questo mi basta.


domenica 18 agosto 2013

Edificio 17A – La Rossa


La Rossa. Che io chiamo strega. Rossa per i capelli color rame. Ma il suo nome vero è un altro. Lei affettuosa con me, sempre. Anche quando la minaccio che come una strega finirà su un rogo. Rogo che gli dico organizzerò nello spiazzo davanti la finestra. Lei sorride e mi bacia. Ripetutamente. Mi abbraccia e mi dà pizzicotti. Come ho conosciuto la Rossa? In negozio. Non ricordo bene la prima volta che è venuta. Lei è apparsa e basta. Veniva spesso in negozio, si scherzava, andavamo insieme al bar a gustarci un caffè. Poi lei si sfogliava tutti giornali di gossip. Se li gustava entusiasta del nuovo fidanzamento o di qualche lite fra personaggi a me completamente sconosciuti. Personaggi che lei conosceva benissimo, meravigliandosi della mia totale ignoranza.
Quando la voglio fare indiavolare, la prendo in giro per come cucina. Le ricordo dei piatti che prepara. Una volta, gentilmente, mi chiese se gradivo la pasta con i tenerumi. Le dissi di sì. Lei si presentò una sera con un contenitore pieno. Appena li versai in un pentolino mi accorsi che le foglie erano state lasciate intere. Le chiesi se lei li avesse mangiati con forchetta e coltello. Lei si arrabbiò. Ed era quello che volevo. Ho scolato i tenerumi e tagliato le foglie. Comunque, la pasta, alla fine, era buona.
La Rossa, che se non può venire mi chiama al telefono. Mi chiama “Sarvuccio mio” e parliamo a lungo. Quasi un abbraccio via cellulare.
La mia Rossa è una vera strega. Che conquista i cuori di tutti. Per un motivo o l'altro. Lei, sexy, che veste spesso con abiti che potremmo definire vintage che aumentano la sua bellezza.
Una strega che ha conquistato il mio cuore. Sì, prima o poi la metterò su un grande rogo. Proprio davanti la mia finestra. Accenderò il fuoco. Poi salirò nella mia stanza ad assistere allo spettacolo. Maledetta strega rossa.







Foto di Sade

sabato 17 agosto 2013

Edificio 17A – Un viaggio nel nulla


Quasi come morire. Piano piano, me ne vado. All'inizio con una sensazione di freddo. Poi sopravviene una leggera sonnolenza. Che non è proprio sonno. Un rilassamento. Un andarsene senza controllo. Non dormire. Perdere il controllo sapendo di non poter reagire. Allora mi lascio andare. Senza forza. Poi sparisco. Non ci sono più. Sopravviene la febbre. Con conseguenti sogni. Sogni? In verità dei loop dai quali non riesco ad uscire. Vicoli conosciuti trasformati in posti pericolosi. Mi aggiro cercando di evitare trappole e persone sospette. Atz, tiz, tranz, pinc... tu vuoi, traz, menz, conzx, con me... tza ti sorprenderò, mixz, triz... Mio fratello entra nel portone attratto da un volantino con quelle strane e per me insignificanti parole. Io tento di convincerlo a non entrare. Lo vorrei salvare. Lui insiste ed entra. Continuo a camminare per i vicoli. La febbre arriva quasi a quaranta. Il delirio è a portata di mano. Poi delle voci mi circondano. Io continuo a vedere stradine strette. La sensazione di freddo è sgradevole. In testa, all'inguine. Sono borse di ghiaccio per far scendere la febbre. Cerco di allontanarle, ma insistono. Cedo, alla fine mi arrendo. Due infermieri trafficano intorno al mio corpo. Lo girano. Chiedono la mia collaborazione. Con fatica enorme faccio quello che chiedono. Mi spogliano completamente, dopo mi puliscono. Il sacchetto della colostomia è aperto e sono sporco di feci. Elena e Antonia, le due infermiere che se ne stanno occupando, mi parlano. Ma io sono ancora fuori di testa. Dopo un bel po' riesco a ritornare. A rispondere e collaborare con loro. Anche a fare qualche battuta. Come un bambino mi lascio andare. Come un bambino vengo trattato. Mi cambiano il pannolone. Sto tornando in me dopo un lungo viaggio nel nulla. Dopo che la mia mente si era dissolta e io non c'ero più. Rientro e divento consapevole. Il viaggio finalmente è terminato. Nudo disteso sul letto, con sacchetti di ghiaccio che fanno girare sul mio corpo. Ma ci sono ancora.

Salvatore è tornato. 

venerdì 16 agosto 2013

Edificio 17A – Dr. Jekyll e Mr. Hyde



Negli ultimi tre giorni ho avuto diversi attacchi di dolore. Dolore che si sposta di zona e cambia come intensità. Gli ultimi partono dall'ano e poi si diffondono alle cosce. Il tutto accompagnato da febbre che va da trentotto e mezzo a trentanove. E qui perdo la testa. Ricordo poco di quello che dico e faccio. Filippo subisce questo cambiamento. Divento una pila elettrica. Non sopporto di essere sostenuto e lo spingo malamente. Quando la febbre non mi permette di alzarmi, Filippo mi imbocca con le pillole. Anche in questo caso comincio a inveire contro di lui prendendolo a parolacce come se mi desse del veleno. Non tutto resta nella mia memoria. Avviene una trasformazione. Durante gli attacchi non sono più il solito Salvatore, non riesco a controllarmi. Come se andassi in blackout. Come se dentro di me ci fosse un altro. La trasformazione prende di mira Filippo. Che fortunatamente è comprensivo e capisce che sono fuori di testa. Non so come farei senza di lui. Quando lui mi racconta come lo tratto, provo un senso di profonda vergogna. Mi riprometto ogni volta che la prossima mi controllerò ed eviterò di trattarlo male. Ma nella trasformazione dimentico tutto e ricomincio. Con tutto ciò, dopo lui mi consola e mi abbraccia. Come non fosse successo nulla. Con una pazienza ammirevole.







mercoledì 14 agosto 2013

Edificio 17A – Menu pranzo



Risotto primavera
Scaloppine al limone
Purea di patate
Acqua
Yogurt
Succo di pesca

Non vi lasciate ingannare da ciò che pensate. Scordatevelo. Ora analizzerò i vari piatti e così capirete cosa intendo.
Allora abbiamo questa ditta che si chiama COT che fornisce tutto l'Ospedale Civico e non solo. Un giro di affari enorme grazie al fatto che per molte cose, compreso il cibo, viene dato in appalto a ditte esterne. Che naturalmente partecipano ai bandi al ribasso. Cioè chi offre la stessa prestazione al minor prezzo. Ovviamente a scapito della qualità. Lasciando perdere tutti i “traffici” fatti per vincere l'appalto. Non sono sicuro, ma gira voce che per ogni paziente la Regione paga intorno ai dodici euro.
Risotto primavera. Ingredienti: riso, insalata russa (?), funghi in scatola, pomodoro, prezzemolo, olio. Non capisco cosa si intende per insalata russa. Voi sì? Risotto, ma si presenta come una minestra. Molto brodoso. Cinque piselli galleggiano insieme ad altre verdure... indistinguibili. Dichiarano che è presente anche dell'olio, ma non si vede né si sente. A vederlo e mangiarlo sembra più un riso in brodo con pomodoro.
Scaloppine al limone: un'unica fetta spessa di carne che riempie il fondo del piattino di plastica. Non cercate di trovare il sapore di limone, non lo troverete. Il liquido dove si trova immersa la carne è del tutto insapore. Sembra acqua sporca. Mangiamo con le posate di plastica. Al primo tentativo di tagliare la pseudoscaloppina, la forchetta si spezza in due. Prendo le mie posate di acciaio. Trovo ancora difficoltà a tagliare un pezzetto di carne. Metto il pezzo di carne in bocca. Avete mai provato a masticare la plastica. E' più morbida. Sputata.
Purea di Patate: patate in fiocchi, olio, formaggio, latte, sale. Ora... dico io, anche con questi semplici ingredienti si potrebbe ottenere qualcosa che bene o male sia mangiabile. Invece è una crema che non ha nessun sapore. Ma proprio nessuno.
Acqua: una bottiglia da un litro e mezzo. Ma come? Tutti, ma proprio tutti consigliano di bere almeno due litri di acqua al giorno. Loro invece vanno al risparmio. Infatti sono costretto a farmi portare un'altra bottiglia di acqua ogni giorno perché per me è insufficiente quella che passano.
Yogurt: un vasetto da centoventicinque ml. Alla frutta frullata. Il più scarso yogurt che io abbia mai mangiato. Una sconosciutissima marca Bergamin di Tivoli.
Succo di frutta: una bottiglietta, anche questa da centoventicinque ml. Un normale bicchiere contiene duecento ml. Ciò vuol dire che una bottiglietta è poco più di due sorsi. Volendo, al posto del succo si può scegliere della frutta fresca. Qualche volta l'ho presa, ma anche quella è immangiabile. Quattro giorni fa mi hanno dato una noce pesca. Al tatto aveva la consistenza di una pietra. Oggi ho dovuto buttarla perché era diventata una cosa molle e fradicia.
Cosa sono riuscito a mangiare? Solo il riso. Come una punizione.


martedì 13 agosto 2013

Edificio 17A – Di inganni notturni


Tre e trenta di notte. Mi sveglio con una puzzetta sotto il naso. Controllo il sacchetto della colostomia. Sembra tutto a posto. So che devo stare sempre all'erta. La puzzetta indica spesso che la parte adesiva del sacchetto in qualche modo lascia uscire aria. Con le mani cerco la “falla”, ma mi sembra tutto a posto. Filippo mi sente trafficare si alza e mi conferma la puzzetta. Gli dico che è tutto a posto. Ci tranquillizziamo entrambi e si torna a dormire. Intorno alle cinque una macchia nella maglietta bianca mi indica che si è aperta la “falla” che non riuscivo a trovare con il tatto. Allora mi alzo. E' successo. Si è aperto il sacchetto. Quindi pulizia e cambio. Finita l'operazione a questo punto mi vado a prendere un caffè. Mi vado a sedere sui soliti gradini della scala di emergenza. In fondo, verso il mare, il cielo è rosa. L'alba è vicina. In fondo vedo due insetti. Danzano intorno alla luce di un lampione. Li scambio all'inizio per due lucciole, e mi torna in mente l'ultima volta che le ho viste. Ero a San Giuseppe. Nella casa in campagna che avevamo con Boris. Volavano in gruppo attorno a un cespuglio di citronella. Per me era la prima volta che le vedevo. Rimasi incantato. Mentrre loro sembravano rincorrersi al buio. Oggi sono solo due. Si rincorrono sotto la luce. Le riguardo meglio. No, non sono lucciole. Il riflesso le illumina in modo da illudermi.
Devo stare più attento. Alle volte la prima impressione può essere illusoria. Due esempi in una notte di come la mente, la mia almeno, si lascia ingannare molto facilmente.

P.s.


Naturalmente non c'è due senza tre. Avevo preso il caffè prima di andarmi a sedere fuori. Poi rientro per scrivere questa nota. Filippo mi porta un caffè. Lo scambio per quello che avevo preso e ci spengo la sigaretta che stavo fumando mentre scrivevo.

lunedì 12 agosto 2013

Edificio 17A – Noia


Pace e bene.”
Esordisce così. Entrando nella mia stanza. E già non mi piace. Naturalmente è uno di quei frati che girano per gli ospedali. Cercano allocchi ai quali raccontare le loro favolette. Oggi è la giornata giusta. Ero leggermente annoiato e lui mi ha regalato un diversivo.
Guardi, non sono cattolico.”
Appartiene ad un'altra bottega?”
Sì, come lei dice, appartengo ad un'altra bottega.”
Possiamo parlare un poco lo stesso?”
Se vuole fare proselitismo, ha sbagliato di grosso. Alla mia età, come favole continuo a preferire “Il piccolo principe” alle vostre.”
Posso sedermi?”
Gli dico di sì. Gli sciorino le stragi, il sangue versato dalla chiesa cattolica, le donne trattate come streghe. Gli stramini che hanno seminato per il mondo. Culture e interi popoli distrutti. Storia che fino ad oggi non è finita. Con la faccia contrita mi dice che lui è qui solo come un umile frate di nome Franco.
Ma l'umile frate,” gli dico “ Appartiene o no a quella chiesa che ha sede in Vaticano? Quindi se lei viene da me con quell'abito e quei simboli rappresenta quella istituzione. Erede dello scempio fatto nel mondo. Io rispetto persone come Don Gallo, Don Ciotti o Don Puglisi. Non tutto il resto.”
Vede che qualcosa di buono c'è?”
“Mosche bianche in mezzo ad un branco di lupi.”
Papa Francesco...”
E basta con questo papa Francesco! Tutto chiacchiere e tabacchiere di legno. Quello che sta facendo è un restyling per continuare a vendere lo stesso prodotto sporco di nefandezze. Non mi sembra diverso dagli altri. Ha solo cambiato tattica.”
Vedrà, invece qualcosa la sta smuovendo seriamente.”
Il vero cambiamento ci sarà quando abolirete le collusioni con la mafia. La banca che ricicla soldi mafiosi e fa affari sporchi per il mondo. Qui a Palermo la vostra chiesa metteva i bastoni fra le ruote a Don Puglisi quando era vivo. Lo ostacolavano, gli negavano aiuti, lo hanno fatto ammazzare. Una volta morto lo hanno fatto beato. Una vera vergogna. Questo è il vostro modo di comportarvi.”
Inizia tutta una filippica, iniziando dal concepimento che è un atto dove è intervenuto dio. Ed io ingenuamente pensavo c'entrassero solo mia madre e mio padre. Continua sostenendo che ci sentiamo tutti dei padri eterni pronti a giudicare gli altri. Che poi è quello che fanno loro. E allora gli parlo di fatti e di strade da scegliere. Fatti. Don Puglisi lavorava in un quartiere ad alta densità mafiosa. Cercava di portare un minimo di giustizia, di cultura antimafiosa. Fra mille disagi, fino a sfidare la morte per questo. Dall'altra, una chiesa sorda ad ogni richiesta di sostegno e aiuto da parte di quel prete. Una chiesa pronta ad aiutare un mafioso... che è sempre un figlio di dio, no? Gli chiedo secondo lui chi segue la strada del bene e chi quella del male.Si impirugghia e mi comincia a dire che la chiesa...
Guardi che se lei continua a difendere questa chiesa lei è complice tanto quanto loro.”
Sta per proseguire con la sua arringa difensiva.
Ho capito,” gli dico. “Visto che insiste in questo modo, trovo che lei non sia degno di stare in questa stanza. Io non parlo con le persone che difendono chi è colluso con la mafia. Reputo lei allo stesso livello. Colpevole quanto loro. Quindi, lì c'è la porta. E' pregato di andare via. Non bussi più a questa stanza. Si ricordi dov'è, e la prossima volta la eviti accuratamente.”
Lo accompagno alla porta, facendogli segno con la mano di smammare.
La noia si è allentata un poco. Sono pronto e carico.

Avanti il prossimo.

domenica 11 agosto 2013

Edificio 17A – Piccoli inconvenienti







Piccoli inconvenienti, alle volte scatenano grandi sofferenze. Mi è capitato. Piccolo inconveniente, il mistero del perché non riesco ad assimilare il Targin. Farmaco che avrebbe dovuto proteggermi proprio dagli attacchi di dolore. Invece ero indifeso. Siamo passati così al cerotto, cambiando molecola. Mi viene attaccato sulla spalla dove non posso vederlo. Il cerotto deve stare disteso interamente per poter rilasciare al cento per cento la medicina. Lo hanno trovato invece tutto arricciato e un po' anche staccato. Quindi anche questo non ha prodotto effetti positivi. Quando, ieri sera ,mi hanno cambiato il cerotto ho chiesto di metterlo sul petto in modo che possa verificare la corretta posizione. Fra l'altro adesso sono due, uno attaccato a destra e l'altro a sinistra. Mi sento sempre più bionico, con tubi, sacchetti, adesivi. 

sabato 10 agosto 2013

Edificio 17A – Autoanalisi


Fra i tanti piccoli fissi impegni quotidiani restano spesso grandi buchi di tempo da riempire. La maggior parte lo passo al computer. Lo uso non solo per facebook, che per me è diventata la finestra sul mondo esterno. Ci scrivo, ci gioco, e lo uso anche come diffusore musicale. L'audio non è granché ma ci accontentiamo. Ma resta ancora tempo. Alle volte mi prende la nausea stare davanti al computer e mi affaccio alla finestra. Fumo e osservo il panorama. Alle volte invece mi vado a sedere sulla scala d'emergenza. La vista è più ampia e come diciamo noi mi sento grapiri a tavula du petto. In questi momenti la mente sfila i pensieri. Come per i cioccolattini di Forrest Gump, non sai mai quale verrà fuori. Ci rifletto e analizzo questi pensieri. Scanso sempre l'autocommiserazione. Le lacrime me le concedo, ma non per piangermi addosso. Commozione o gioia. Rifletto sul mio modo di pormi all'esterno. Come ero in passato e come sono cambiato. E qualcosa si smuove. Viene fuori quello che magari è antipatico sentirsi dire. Ho sempre sostenuto di avere difficoltà a entrare subito in comunicazione con gli estranei. Fare il primo passo. Dire le frasi banali per rompere il ghiaccio. Davo per scontato cose che per gli altri non lo erano. Aspettare che le altre persone bussassero al mio cuore. Il tipo di lavoro svolto ha attenuato un poco questo lato, ma non nego che qualche volta facevo sforzi. Ma era lavoro e dovevo sorridere e cercare di conquistare il cliente. Nella vita extra lavorativa diventavo musone e sempre con la faccia da incazzato. Possiamo chiamare questo un comportamento arrogante? Sì, direi di sì. No? Mancanza di umiltà? Forse, va meglio?
Insomma, ci siamo vicini. Le frasi comuni e banali non sono più bandite. Non sono meglio dell'altro, e non ho argomenti più interessanti da offrire. Che il tempo in pieno agosto sia afoso, non mi fa più schifo commentarlo. Se questo mi mette in comunicazione con un'altra persona. 



Foto di Piero Oliveri

venerdì 9 agosto 2013

Edificio 17A – Da un fiore.


Il dolore di cui parlavo l'altro ieri si rifà vivo. La terapia nuova, un aumento del trenta per cento del Targin non ha prodotto grandi effetti. La notte, ma anche il pomeriggio, quando mi sdraio sul letto... iniziano. Pepe, uno dei medici, che ho conosciuto qualche giorno fa è appena tornato dalle ferie. Mi racconta del suo viaggio in Africa. Mi chiede come sto andando, e alle mie risposte non tanto positive riguardo al riposo mi dice di aspettare qualche giorno, poi passeremo ad altro. Ma il Targin sembra che attraversi il mio intestino senza sciogliersi. Non è una deduzione ne ho le prove. Allora, da oggi, cerotto. Mi attaccano un cerotto sulla spalla. Chiedo il nome. Me lo ripetono più volte, ma non lo capisco. Capisco solo che è sempre un derivato dallo stesso fiore. Il dottore Pepe ride. Il Targin contiene ossicodone cloridrato, potente analgesico del gruppo degli oppioidi. La sostanza attiva nel cerotto è diversa. Sempre dello stesso gruppo, ma forse ancora più forte. Il cerotto è a rilascio lento e dura settantadue ore. Messo questa mattina resterà attivo fino a venerdì. Comunque oggi pomeriggio mi sono messo a letto e ho dovuto alzarmi. Ho preso l'Aticq e dopo una ventina di minuti tutto era quasi passato. Forse sono serviti anche un pacchetto di sfogline divorate per consolarmi. O le caramelle che ho mangiato. Passato, comunque. Ancora presto, in verità, per vedere gli effetti della nuova cura.

Il pomeriggio visto che non ho potuto riposare mi sono andato a sedere sulla scala di sicurezza. La vista è un poco più ampia della finestra di camera mia. Poi c'è la comodità di stare seduto fuori all'aria aperta. Ricorda l'aria di libertà dei carcerati, per certi versi. Ma per me sono momenti di unione e pace con tutto quanto mi sta attorno.

mercoledì 7 agosto 2013

Edificio 17A – Il mare


[Disegno di Chiara Mazzola]



Vieni a vedere il mio mare
io lo tengo nel cassetto.
Una conchiglia, due stelle
tre gocce di mare blu
un cavalluccio marino
e un sasso colore del sol
una manciata di sabbia...
...Cantava Milva, in una vecchia canzone del 1961. Il mare a me, invece, lo hanno portato dentro due bottiglie. Conchiglia, sabbia e collanina marinara comprese. L'incredibile Piero è stato l'artefice di questo montaggio. Il mare rinchiuso in una bacinella blu con in fondo una conchiglia. Accanto la sabbia ancora umida chiusa in un contenitore per gelati. La crema solare come al mio solito l'ho rifiutata. Odio le creme, gli oli solari e tutto ciò che unge. Sì, è stato un attimo, ed ero al mare. E facevo ciaff ciaff con i piedi dentro la bacinella blu. Le foto di rito. Che vai a mare e non ti fai una foto da mostrare agli amici su facebook? E foto sia. Piero mi massaggia i piedi e mi riconduce al mare finto, e nello steso tempo, vero che ha portato per me.
Smontato il set ci ridiamo un po' su. E' quello che succede sempre quando si fanno gesti poetici.



http://youtu.be/dzI9Hk7HyP0






martedì 6 agosto 2013

Edificio 17A – Hospice






Hospice. Un luogo dove il nemico è il dolore. Non dolori qualsiasi. Ognuno con il suo. Siamo malati oncologici diversi, con stadi di malattia più o meno avanzati. Più o meno gravi. Si arriva qui perché l'unico rimedio attuabile in questo momento è la cura palliativa. Personalmente la definisco cura tampone. Mettono pezze a delle falle, senza intervenire sulla vera causa. Perché per vari motivi impossibilitati a farlo. Ed io sono qui. A dir la verità sono quello nelle condizioni migliori. Una sola paziente ho incontrato in giro in tutti questi giorni. Accompagnata dalla nipote che le spingeva la carrozzella. Gli altri malati non li ho mai visti. Chiusi nelle loro stanze.
Come il ragno, chiuso in una vetrina, continua a costruire con lo stesso impegno la sua ragnatela pur non essendoci possibilità di catturare prede, così qui si lavora. Per cominciare, tutto il personale, medico e no, sono gentilissimi e molto disponibili. Offrono un approccio umano, da persona a persona. Scavalcando quasi i ruoli. Malato, medico, infermiere, inserviente. Cercando di instaurare rapporti amicali. E una mano sulla spalla, al bisogno, non manca.
Il posto in sé meraviglia tutti quelli che lo vedono per la prima volta. Facendo scattare la domanda:
Ma c'è anche la piscina?”
Così io e un bambino la prima volta che siamo entrati.
Le camere sono singole, con un divano-letto per un parente. Dandogli la possibilità di poter restare a dormire la notte. Un grande soggiorno in comune, con tavolini, sedie e divani. Un televisore, la libreria con alcuni libri. Sì, ci sono libri orribili come quelli di Selezione. L'orrore dei romanzi condensati. Il distributore di bibite e caffè. Accanto c'è la cucina. Attrezzata di pentole e pentolini, piatti e posate. Vi si può, volendo, cucinare. I pazienti e i parenti hanno libero uso della cucina. Naturalmente con la condizione di lasciare, finito di cucinare, tutto pulito come prima.
Loro incoraggiano l'uso sia del soggiorno che della cucina. Qualcuno timidamente lo fa cucinando qualche minestra. Il soggiorno io l'ho utilizzato per ospitare una sera alcuni amici e passare un po' di tempo insieme. Fra arancinette, panelle, e pizzette varie. Accompagnati da un bicchiere di vino.
Un'associazione, tempo fa, aveva aperto uno spazio sul terrazzo. Con tende, gazebo, divani in vimini, moltissimi vasi con piante. Lo stato attuale però è di completo abbandono. L'idea era di creare uno spazio in più di socializzazione.
In questo contesto si combatte il dolore oncologico. Naturalmente assistendo anche per tutti gli effetti collaterali. Ma il principale nemico resta il dolore.
Non aspetti che il dolore aumenti per chiamarci. Non deve cercare di sopportarlo, peggiora la situazione. Appena ha delle avvisaglie ci chiami”
Questo è il ritornello che ripetono spesso.
Ammiro questo voler trasformare in vita vivibile degnamente, cioè in valore, la sofferenza e il dolore che colma l'Hospice.









Edificio 17A – Oggi, Domenica.



Oggi, Domenica, in programma doccia mattutina. Ciò vuol dire che, sveglio dalle sei e mezzo, ho cominciato a carburare dopo oltre un'ora. Questa notte ho dormito bene. Avevo preso però l'Actiq, l'antidolorifico per i casi di emergenza. Filippo è andato via come al solito intorno alle sette. Mi ha lasciato un caffè preso dal distributore automatico. Mi prendo il caffè, ma devo sistemare alcuni pensieri rimasti scomposti. E non si sa mai quanto tempo ci si impiega. Quando mi riprendo comincio a preparare tutto l'occorrente per il dopo doccia, cercando di non dimenticare nulla. Ho un elenco che cerco di ricordare come una nenia. Una volta sicuro che ho disposto tutto, mi metto sotto la doccia. Trovo l'essere bagnato dall'acqua bellissimo. Questo elemento che dà sensazioni oltre lo scopo per cui lo usiamo. Se affrontiamo poi l'argomento della simbologia ci perdiamo. La mia doccia è spesso così.
“E il sapone qui l'ho passato?”
Ogni tanto mi assento al tal punto con i pensieri che mi capita di pormi questa domanda.
Sistemare la colostomia, cambiare il sacchetto del catetere. Per farla completa, ho chiesto a Rosario, un infermiere, di cambiarmi il sacchetto della nefrostomia. L'unica cosa che non posso gestire da me. Causa la posizione nella quale si trova.
Vestirsi. Alle volte mi impirugghiu quando metto i pantaloni del pigiama. Oggi ne ho messo un paio che mi vengono larghi. E sotto suggerimento di Filippo mi sono messo le bretelle rosse.
Siamo arrivati così alle nove e mezza. Mi metto davanti al computer. Sottofondo musica. Tori Amos, spesso. Cazzeggio su facebook. Adesso mi viene fame. Qualcosa in frigo c'è sempre. Succo di frutta, yogurt. Ma non mi soddisfano. Mi sono organizzato e mi faccio portare qualcosa da Filippo. Oggi mezzo panino con prosciutto crudo. Mezzo panino perché è Domenica. Di solito mi faccio un panino intero. Pino oggi porterà le sue sue solite cose buone per pranzo.
Non vorrei rovinarmi l'appetito.
Intanto sgranocchio delle fette biscottate. Quelle che mi passano per colazione. Arriva Filippo. Aspettiamo mio fratello insieme. Mi prendo un poco di vino rosso, a mò di aperitivo. Pino ritarda. Alla fine arriva di corsa. Ci dispensa tutte le cose che ha portato e poi scappa per andare a cucinare per la sua famiglia. Pasta con pomodoro e basilico, polpette con il sugo, caponata, insalata di pomodori, fagiolini, cipolla e olive.
Il mio appetito non si era rovinato. No, non abbiamo mangiato tutto, qualcosa è rimasto per imbandirci una cena per due.
Riposino pomeridiano? Ho letto un poco poi mi stavo addormentando, ma mi son dovuto alzare perché mi stavano iniziando a smuovere i dolori.
Alzandomi si attenua tutto. Ci aggiungo, che aiutano sempre, anche un paio di cioccolattini portati da Claudia. Claudia, compagna di liceo di Filippo. Che ci dispensa affetto e cibi del suo orto. Intanto Filippo, disteso sul divano-letto che c'è nella stanza, dorme profondamente.
Naturalmente quando si sveglia è sempre insoddisfatto. Non gli ho mai sentito dire di aver dormito abbastanza. Se ne va, per andare a badare ai nostri due gatti. Ma non solo.
Andato via Filippo ho riprovato a mettermi a letto. Sperando, questa volta, di riuscire a dormire un pochettino. Mi sono svegliato alle sei mezzo di pomeriggio, quando è entrato l'infermiere con la cena. Ma per mangiare devo aspettare il ritorno di Filippo.
Nell'attesa mi vado a fumare una sigaretta. Seduto fuori, sulla scale dell'uscita di emergenza. Posto fantastico nel pomeriggio, dove anche finita la sigaretta resto incantato. Con i pensieri che trovano il loro giusto collocamento. O almeno mi sembra. Quasi una meditazione.
Fame. La fame si fa sentire e Filippo alle sette e mezza non si fa vedere. Comincio a preparare il tavolino dove di solito mangiamo. Sistemo il cibo e l'occorrente vario. Niente, non arriva. Sarò vastaso? Ma io ho fame. Inizio a mangiare senza più aspettarlo. Quando lui arriva io sono all'insalata. Cosa abbiamo mangiato? Niente... Polpette di carne al sugo, caponata, insalata. Abbiamo concluso con un gelato al limone. Il miglior gelato al limone che io conosca. Fatto da un mio cugino che ha una gelateria. Ciccio Adelfio. Che poi, Ciccio era il padre, fratello di mio padre. Ottimo gelato al limone. Non quello fatto con la limonina, in assenza di limone (gioco: essenza/assenza).
Conclusione serata. Filippo vede alla televisione telefilm de paura. Io scarabocchio sul computer.
Scherzando con Filippo gli dicevo che questa mia Domenica potrebbe essere paragonata (perdono, perdono, perdono...) all'Ulisse di Joyce. Lo devo dire... con le dovute differenze?
Filippo ha rimarcato la mia, chiamiamola, indifferenza verso la punteggiatura. Che lui mi corregge. Con questo, facendomi quasi un complimento. Perché questo conferma una somiglianza con la scrittura di Joyce.

Poi? Poi niente. Domani è Lunedì.

lunedì 5 agosto 2013

Edificio 17A - Cose che ricordo del passato 37



Al tramonto. Al tramonto è più bello. Con questa certezza decidemmo di entrare a visitare il Cimitero Monumentale di Milano. Da giovani si gioca con la morte. E noi, io e Paolo, giovani lo eravamo. E potevamo permetterci di giocarci. Avvolgevamo gli angeli nelle nostre sciarpe. Ridevamo davanti a certe sculture. Sfottendo i diversi angeli piangenti come anche le tante donne, tutte afflitte, con il capo chino, sempre coperto da un velo. Prendevamo in giro questi stereotipi. Senza accorgerci che lì dentro qualcosa andava cambiando. Ogni tanto ci ritrovavamo incantati a osservare una scultura. A perderci nelle curve del velo, nei lineamenti vivi del volto, la finezza delle mani. Cominciammo così a ridere di meno e a osservare di più. Periodi storici che si accavallavano. Documentabile a occhio, dal tipo di stile utilizzato. Un vero viaggio nel tempo e nell'arte. Noi, rapiti da tutto ciò, non avevamo realizzato che era ora di uscire.
Fuori avevamo quasi vergogna a svelarci il sentimento che avevamo nei confronti del posto appena lasciato. Eravamo entrati spavaldi giovani, che volevano sfottere tutto, siamo usciti incantati da quello che avevamo visto.
La morte? La morte può aspettare.
La bellezza vince su tutto.


Non dormivo da Boris. Andavo da lui il pomeriggio e poi la sera, sul tardi, lui mi accompagnava a casa. Un'estate decidemmo di andare a mare di mattina. Lui era libero dalla scuola quindi potevamo approfittare del suo tempo. Andavamo a Barcarello. Quando c'erano ancora solo due baracchine, una che vendeva pane e panelle e l'altra che si spacciava per un bar. Io partivo da Romagnolo per arrivare a casa di Boris in viale Strasburgo. Per chi non conosce Palermo, basti dire che prendevo due autobus per arrivare a destinazione. Il viaggio, se tutto andava bene, durava dai quarantacinque minuti a un'ora. Mia madre, sempre premurosa quando poteva darmi del cibo, mi preparava il fagotto da portare via. Ed io mi facevo il tragitto accompagnato dall'odore di una frittata con patate e menta, delle melanzane fritte, o quello sempre più irresistibile di una parmigiana. A mare ci si andava più che altro per prendere un poco di sole. Anche perché il mare dove ci sono scogli non fa per me. Preferisco la sabbia e il mare che degrada lentamente. Mentre gli scogli nascondono, per un non provetto nuotatore come me, insidie inquietanti. Comunque avevo trovato una specie di vasca dove facevo abluzioni più che nuotare. Una papera che sguazzava nell'acqua. Era bello lo stesso. Per me era importante stare con lui e con lui condividere le bontà che amorevolmente mia madre ci preparava.









domenica 4 agosto 2013

Edificio 17A – Davanti alla finestra


La finestra della stanza è un occhio aperto sul mio piccolo mondo esterno. Sfidando oltre ogni limite, felci spuntano dalle fessure, lì vicino l'angolo riparato dal sole. Dell'obitorio e del cimitero credo di avere già parlato. Il primo: una macchia giallo pallido. L'altro: una filiera di cipressi. Non ho più parlato del mio fiore rosso. Cose più vicine ed evidenti. Mentre la Camera Iperbarica, proprio di fronte, emette uno sbuffo con una certa cadenza. A sinistra l'edificio, con le sbarre alle finestre, per i carcerati. Poco più in là vedo palazzi che insieme alle montagne delimitano l'orizzonte. Circoscrivendo lo spazio e lo sguardo. La mia rosa rossa continua ad essere esuberante, come i giovani con la smania di crescere. La parte di cielo visibile è solcata da piccioni, gabbiani, rondini, passeri, merli, gazze, pipistrelli. Tutto ha bisogno di attenzione e cura. Non solo riferito a me. Non mi lavo la faccia, curo la barba e  l'indolenzimento del bacino? Alle volte, come è successo ieri, riesco a rivedermi come una volta. Sfoggiare i vecchi delicati petali dei giorni vissuti. Davanti alla finestra che scoppia di sole.

sabato 3 agosto 2013

Edificio 17A – Piccole gioie, ora.



Antonella. Capelli biondi, lunghi. Occhiali. Magra. Occhi vispi. E' la psicologa del reparto. Abbiamo avuto un incontro la settimana scorsa. Una conversazione informale. Le avevo parlato dei viaggi impossibili che non posso fare. Dei sogni nel cassetto destinati ad ammuffire. Poi di gatti e altre amenità.
Oggi ritorna, Antonella. Mi parla dei sogni possibili. Precarietà della perfezione. Di porte che si aprono. Ed io penso che sta prevenendo quello sul quale riflettevo giorni fa con Filippo. Mi dice che se voglio uscire lo posso fare.
Se vuoi passare, che so, la domenica, ma anche un altro giorno, fuori lo puoi fare. Naturalmente ci avvisi. Magari il giorno prima.”
Volevo fare una sorpresa al nostro amico Tiziano, che verrà a trovarci. Uscire un giorno insieme. Con Filippo dubitavamo un poco. Invece...
Io, che per adesso sono predisposto, ho lasciato sfuggire alcune lacrimucce. Belle però.
Non contenta, lei mi parla del terrazzo. Sopra il nostro reparto, un'associazione di volontari ha pensato di realizzare questo spazio, per essere utilizzato non solo dai pazienti ma, anche dai familiari. Attrezzato con un gazebo, delle panchine e qualche pianta. Un altro obiettivo al quale miravo di arrivare. Riuscire a salire le due ripidissime rampe di scale per vedere il terrazzo.
Mi dice che c'è il montacarichi che porta su, e quindi non c'è bisogno di fare le scale.

Miravamo al cielo. All'impossibile. Rimanemmo con il dito puntato e sogni ammuffiti. Ora si punta al possibile. Piccole gioie. Ora. 

venerdì 2 agosto 2013

Edificio 17A – Lettera a Luca


Non puoi mollarmi, perché ti devo ancora dei soldi.
Sono orgoglioso che tu mi legga. Io continuo perché, mettere insieme queste lettere, organizzarle, dare loro un senso, non solo per me, raccontare... presente e passato... mischiando le cose. Che poi sono la mia vita. Ecco, tutto questo mi serve. Mi serve come tutte le pillole che ingoio. Parte integrante della terapia. Scrivere. Non credevo potesse essere possibile. Invece è vero. Sto cazzo di scrivere e raccontare che ti prende.
Ma volevi sapere di questo? Non credo.
Come sto? Oggi benissimo. Doccia mattutina. Tutte le piccole seccature di cambio di sacchetto, svuotare il sacchetto, e via di questo passo. Fino al respiro profondo, quando ho finito tutto il lavoro. Oggi festeggio il terzo giorno senza febbre. Per me grande risultato, grazie al cambiamento di terapia contro l'infezione urinaria. Per il resto la situazione rimane in stallo. La cura non è iniziata per mancanza di globuli bianchi.
Ma volevi sapere di questo? Non credo.
Inizi parlandomi di posti bellissimi dove sei stato e dove andrai. Io non faccio programmi. Nel senso che non posso farne. Scrivevo l'altro giorno sui viaggi che avrei voluto fare. Quelli che diventano i sogni nel cassetto. Che poi quando tiri fuori sanno di muffa. Ed è finita lì.
Ma volevi sapere di questo? Non credo.
Qui nella mia stanza non fa molto caldo. Ogni tanto accendo il condizionatore, ma per poco. Preferisco la finestra aperta anche se con un po' di caldo in più. Mi da più luce e aria. Poi mi serve, per affacciarmi e fumare. Ci sarebbe il luogo deputato, ma preferisco affacciarmi, fumare e guardare il panorama. Quando lo dico tutti fanno le smorfie. Il mio panorama dà sull'obitorio e poco più in la si vede il cimitero. Per me sono ormai una vista normale. Poi l'obitorio con il via vai di persone mi incuriosisce, alle volte cerco di inventarmi le storie dietro ognuna di queste persone che vanno e vengono. Dicono che sto dando di testa.
Ma veramente volevi sapere di questo?
So che ci sei, altrimenti avrei sbagliato i miei conti. E questa volta non centrano i soldi.
Un abbraccio


giovedì 1 agosto 2013

Edificio 17A – Riprendere il cammino



Parlare di fede mi imbarazza. Forse perché è una cosa molto intima. Tocca la parte più profonda di me. Ma sento che la cosa la devo esternare. Ho praticato buddismo per diversi anni. Credo cinque o sei. Nichiren mi si svelò attraverso Giuseppe Atanasio, cliente dell'allora appena nato Altroquando. Timidamente, e - non lo nego - con paure e dubbi, mi sono avvicinato alla pratica abbracciando Nam myoho renge kyo.
Per diversi motivi, che adesso sembrano chiariti, mi allontanai dalla pratica restituendo anche il Gohonzon, l'oggetto di culto davanti al quale si prega.
Nam myoho renge kyo, comunque, continuava a risuonare dentro la mia testa. Sì, alle volte lo usavo. In alcuni momento era come se risalisse dal plesso solare fino alle labbra. Ed io alle volte lo sussurravo. Poi, finalmente, capisco che praticare vuol dire essere in viaggio verso quello consideriamo il massimo. Chi pratica è un pellegrino in cerca della propria buddità. Ma ancora fallace.
Poi l'avvento del tumore. Questa malattia che ha sconvolto non solo il corpo, naturalmente. L'altra parte della medaglia, la testa, ha reagito a modo suo. Sono cambiate diverse cose. Punti di vista adesso differenti, forse alla ricerca dell'essenziale.
Il dolore, intanto, chiede aiuto. Non sempre le medicine bastano da sole. Un notte, in ospedale, il catetere causava dolore e bruciori insopportabili. Non sapevo che fare oltre a lamentarmi. Mi misi a recitare Nam myoho renge kyo. Seduto in una sedia lungo il corridoi del reparto. Riempiendo la mia testa. Dimenticando il dolore.
Prima dei due interventi subiti mi addormentavo con l'anestesia e recitando Nam myoho renge kyo. Ricominciai così, timidamente, la pratica. Valeria, un'amica che ha iniziato da poco a praticare, mi ha fatto avere il libretto di Gongyo, la preghiera che recitiamo due volte al giorno. Iniziai così, fissando un punto sul muro, la pratica quotidiana. Ad Aprile, in piena primavera.
Il passo successivo è stato, dopo giorni di riflessioni, vedere se potevo riavere il Gohonzon. Patrizia, che pratica da moltissimo, alla quale mi sono rivolto, mi ha dato la notizia. Tutto era possibile. Con grande sorpresa scopro che, addirittura, il mio è conservato a Roma. Quanto prima, mi hanno promesso, lo riavrò indietro. Intanto me ne hanno portato uno “in prestito”. Ieri si sono presentati Patrizia insieme a Sandro e il Gohonzon.
L'apertura della pergamena, per me, è stata una cosa emozionante. Non credo di poterlo spiegare bene. Era come riguardarsi negli occhi con una vecchia conoscenza. Disponibili entrambi a tutti i chiarimenti necessari dopo questa lunga separazione.


Ricomincio da qui il mio cammino.