sabato 17 agosto 2013

Edificio 17A – Un viaggio nel nulla


Quasi come morire. Piano piano, me ne vado. All'inizio con una sensazione di freddo. Poi sopravviene una leggera sonnolenza. Che non è proprio sonno. Un rilassamento. Un andarsene senza controllo. Non dormire. Perdere il controllo sapendo di non poter reagire. Allora mi lascio andare. Senza forza. Poi sparisco. Non ci sono più. Sopravviene la febbre. Con conseguenti sogni. Sogni? In verità dei loop dai quali non riesco ad uscire. Vicoli conosciuti trasformati in posti pericolosi. Mi aggiro cercando di evitare trappole e persone sospette. Atz, tiz, tranz, pinc... tu vuoi, traz, menz, conzx, con me... tza ti sorprenderò, mixz, triz... Mio fratello entra nel portone attratto da un volantino con quelle strane e per me insignificanti parole. Io tento di convincerlo a non entrare. Lo vorrei salvare. Lui insiste ed entra. Continuo a camminare per i vicoli. La febbre arriva quasi a quaranta. Il delirio è a portata di mano. Poi delle voci mi circondano. Io continuo a vedere stradine strette. La sensazione di freddo è sgradevole. In testa, all'inguine. Sono borse di ghiaccio per far scendere la febbre. Cerco di allontanarle, ma insistono. Cedo, alla fine mi arrendo. Due infermieri trafficano intorno al mio corpo. Lo girano. Chiedono la mia collaborazione. Con fatica enorme faccio quello che chiedono. Mi spogliano completamente, dopo mi puliscono. Il sacchetto della colostomia è aperto e sono sporco di feci. Elena e Antonia, le due infermiere che se ne stanno occupando, mi parlano. Ma io sono ancora fuori di testa. Dopo un bel po' riesco a ritornare. A rispondere e collaborare con loro. Anche a fare qualche battuta. Come un bambino mi lascio andare. Come un bambino vengo trattato. Mi cambiano il pannolone. Sto tornando in me dopo un lungo viaggio nel nulla. Dopo che la mia mente si era dissolta e io non c'ero più. Rientro e divento consapevole. Il viaggio finalmente è terminato. Nudo disteso sul letto, con sacchetti di ghiaccio che fanno girare sul mio corpo. Ma ci sono ancora.

Salvatore è tornato. 

3 commenti:

piergiorgio di cara ha detto...

Beh, che dire a fronte di una tanto lucida quanto dolorosa descrizione del tuo stato? Ho letto un paio di volte i tuoi ultimi interventi, cercando di immaginare un mio intervento che avesse un senso, che dicesse Delle Cose. Ma mi venivano in mente solo parole, i sentimenti non riuscivo a farli venir fuori. E' una cazzo di situazione di merda, e mi auguro solo per te e per chi ti sta accanto con l'eroismo delle persone che vogliono bene alle persone, di riuscire a trovare l'equilibrio necessario al mantenimento dell'Equilibrio. Mi vengono in mente le parole di una canzone di Gaber, il grande Gildo, credo, che parla della malattia e di come si trovino accomodamenti a condizioni e situazioni che quando sei sano non penseresti mai di esser capace di affrontare. Forse è perché l'uomo è programmato per sopravvivere che questo è possibile. L'uomo è geneticamente adattabile alle condizioni più estreme, che non sono solo fisiche ma soprattutto emotive. Accidenti, è grande l'uomo, e quando non decide di essere nemico di sé stesso, è ancora più grande. Perciò, amigo, che dirti: sii grande come lo sei ora; siate grandi come lo siete ora...

piergiorgio di cara ha detto...

Eccomi di nuovo, vorrei condividere con te, con voi le parole di questo filosofo, magari le conoscete, ma ricordarsele può fare solo bene, eccole:
"La massima parte di ciò che veramente mi serve sapere su come vivere, cosa fare e in che modo comportarmi l’ ho imparata all’asilo. La saggezza non si trova al vertice della montagna degli studi superiori, bensì nei castelli di sabbia del giardino dell’infanzia. Queste sono le cose che ho appreso:
Dividere tutto con gli altri.
Giocare correttamente.
Non fare male alla gente.
Rimettere le cose al posto.
Sistemare il disordine.
Non prendere ciò che non è mio.
Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno.
Lavarmi le mani prima di mangiare.
I biscotti caldi e il latte freddo fanno bene.
Condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa, pensare un po’ e disegnare, dipingere, cantare, ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno.
Fare un riposino ogni pomeriggio.
Nel mondo, badare al traffico, tenere per mano e stare vicino agli altri.
Essere consapevole del meraviglioso.
Ricordare il seme nel vaso: le radici scendono, la pianta sale e nessuno sa veramente come e perché, ma tutti noi siamo così. I pesci rossi, i criceti, i topolini bianchi e persino il seme nel suo recipiente: tutti muoiono e noi pure.
Non dimenticare, infine, la prima parola che ho imparato, la più importante di tutte: GUARDARE.Tutto quello che mi serve sapere sta lì, da qualche parte: le regole Auree, l’amore, l’igiene alimentare, l’ecologia, la politica e il vivere assennatamente.
Basta scegliere uno qualsiasi tra questi precetti, elaborarlo in termini adulti e sofisticati e applicarlo alla famiglia, al lavoro, al governo, o al mondo in generale, e si dimostrerà vero, chiaro e incrollabile.
Pensate a come il mondo sarebbe migliore se noi tutti , l’intera umanità prendessimo latte e biscotti ogni pomeriggio alle tre e ci mettessimo poi sotto le coperte per un pisolino, o se tutti i governi si attenessero al principio basilare di rimettere ogni cosa dove l’ hanno trovata e di ripulire il proprio disordine.
Rimane sempre vero, a qualsiasi età, che quando si esce nel mondo è meglio tenersi per mano e rimanere uniti."

Unknown ha detto...

L’anima la si ha ogni tanto, nessuno la ha di continuo, per sempre.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, possono passare senza di lei.
A volte nidifica un pò più a lungo, sole in estasi e paura dell’infanzia,
a volte solo nello stupore dell’essere vecchi.

Di rado ci da’ una mano in occupazioni faticose,
come spostare mobili, portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette,
quando si compilano moduli, si trita la carne,
di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni partecipa ad una,
ed anche a questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio,
quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno, alla chetichella,
è schifiltosa,
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari, la disgusta,
gioia e tristezza non sono per lei due sentimenti diversi,
è presente accanto a noi solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto,
tra gli oggetti materiali le piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi,
che lavorano con zelo anche quando nessuno guarda.

Non dice da dove viene e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.
Si direbbe che così come lei a noi,
anche noi siamo necessari a lei, per qualcosa.