lunedì 18 gennaio 2010
giovedì 7 gennaio 2010
Di cibo

Dov'è il sapore e l'odore dell'arte?
Di certo nel vedere e assaggiare l'ultima insalata preparata da Gauguin per Van Gogh. Ci sfugge quello che domani per altri sarà storia. Gauguin sosteneva che sapeva quando aveva finito un quadro così come sapeva quando l'insalata era pronta. Non apprezziamo l'arte e il cibo che oggi ci circondano e fuggiamo altrove. Lui fuggì nelle Isole Marchesi. Altri in quello che oggi definiscono i classici. Opere, artisti, cibo. O sultani. La chiamiano ricerca, rivisitizzazione o remake. Ma il latte caldo, appena munto, con la sua naturale schiuma, che bevevo da piccolo. Senza farlo bollire. Direttamente dal recipiente dove era stato munto. Nessun remake, nemmeno biodinamico, avrà più il potere di ritornarmelo. Amen. Ma si continua a mangiare.
Dei tre fratelli sono stato l'unico ad essere allevato con il latte in polvere. Farina di latte residuo dello sbarco americano in Sicilia. E arrivato fino a me. Disturbando il rapporto con il caldo seno di mia madre. Forse per questo successivamente ero affascinato dalle novità dell'industria alimentare. Freddo seno di metallo. Mi incuriosiva quella carne conservata in scatola. Un futurista dell'alimentazione. Industrie dove uomo e macchina diventavano uno. Confezioni da aprire e subito mangiare. Anche senza bisogno di scaldare. Cibo industriale. Disidratato, liofilizzato, condensato, precotto, confezionato in ambienti protetti. La trippa no, mi faceva troppo schifo. Tutta una scoperta, una comodità tutta moderna, una montagna di merda. Merda comoda e veloce. Che lascia un senso di mancanza, di assenza di anima. Sempre.
Sono passato successivamente alla scoperta del naturale, del macrobiotico. Una specie di rinascimento del cibo, una rivalutazione dei classici dando loro un senso e un proprio spirito vitale. Non ancora però a chilometro zero. Macrobiotica, riso integrale, pane fatto in casa con il lievito naturale. E lo yogurt fatto con quella specie di blob che cresceva continuamente. Che regalavi agli amici con un sottofondo di gusto sadico nella diffusione di quell'alieno. La riscoperta della campagna e musica orientale. La stitichezza.
Il cibo è come noi ci poniamo di fronte ad esso. Se siamo spinti da fame, gioco, dovere o lavoro. Aver la possibilità di guardare al cibo in modo diverso dalla necessità non è da tutti. Come non è da tutti giocare nella sua preparazione. Più un piatto è semplice più svela la vera capacità di chi cucina. Anche nel nome. Odio l'abbellimento artificioso di chi chiama chiama “vellutata di crema di patate” un semplice passato di patate.
Mia nonna chiamava insalata qualsiasi tipo di insalata. Comunque. Dalla quella semplice, lattuga olio limone e sale, a quella quasi barocca, con aringa affumicata, fettine sottilissime di limone, scalogno, finocchio e arance.
Adesso ho un approccio molto naif. Cerco lo sguardo da ingenuo, coltivo peperoncini e rosmarino. Adoro i colori forti e contrastanti. Il rosso dei pomodori, il giallo dei limoni, il verde del prezzemolo. Le insalate della nonna. Con le loro infinite varianti.
Chissa quali insalate si inventò Gauguin nelle Isole Marchesi?
lunedì 4 gennaio 2010
lunedì 28 dicembre 2009
martedì 22 dicembre 2009
Buone feste?
domenica 15 novembre 2009
Il Principe

La voce bassa e impostata. Scandisce ogni singola parola. Il Principe mi ha invitato a cena. Detto da lui ”Questa sera sei invitato a casa mia, a dividere un boccone, porta, vino dolce e biscotti secchi”. Da tempo mi aspettavo un suo invito. Partecipare ad una sua cena fà riscoprire la gioia del palato. La sua cucina mediterranea, con sconfinamenti anche oltre con un retrogusto arabo. Cena in piedi. Siamo una decina di persone. La tavola al centro della stanza è imbandita. “No, il bicchere di plastica! quello è solo per l'acqua. Per il vino usa quello di vetro”. Dettomi con tono di rimprovero. Poi prosegue il giro turistico di casa sua. C'è sempre qualcuno che ancora non l'ha fatto. Il Principe introduce il nuovo ospite mostrandogli casa sua. No, non ve la descrivo. Ma giuro: vale la pena farsi un giro. La stanza da letto, il bagno, la saletta da lettura, il salone, la stanzetta degli ospiti, la stanza da pranzo, la cucina. Il Principe, da guida esperta, ti mostra casa sua, e tutto appare quasi come un pop-up uscito da un libro di favole. Angoli fatati dove il tempo sembra sospeso sono sparpagliati per tutta la casa.
Tutto è altro. Non semplice vino ma “Preso in una cantina che conoscono in pochi”. Tutto è altro. Fagioli e salsiccia. “Non sono fagioli e salsiccia”. Il Principe è geloso delle sue ricette. Non le svela facilmente. Se gli chiedi : “Questi fagioli come sono fatti?”, lui sorseggia del vino dal suo bicchere da sommelier, che tiene appeso al collo, si gira e non risponde. Solo lui può decidere quando donarti una sua ricetta. Al limite ti elenca distrattamente gli ingredienti. Fagioli borlotti, un pugno di cannellini, delle patate passate... “e cosa, che nessuno, di voi, ha notato, lardo di colonnato, e degli aromi, che non ho, intenzione, di dirti”. Ogni ingrediente viene sottolineato con un gesto della testa.
Contorno due fettine di polenta (non ricordo ma aveva anche questa qualche particolarità) con funghi raccolti forse in una notte di luna piena, stando su un piede solo. E' questo che dà un sapore caratteristico. La polenta dopo cotta è stata passata al forno e tagliata a listarelle. “Mi sembra semolino” mi ha guardato con gli occhi storti.
Tutto è altro. Non “canazzo” ma “ratatouille”. “Stò dando perle ai porci! Canazzo?! Questo, è ratatouille! Ogni verdura, é stata, soffritta a parte, prima di unirle tutte insieme. Ma che ti spiego a fare? ”. Accostamento di colori e taglio delle verdure perfette.
Tutto è altro. Non maionese, ma una salsa fatta con due tipi di olio. Olio di arachidi e olio di oliva extra vergine, tuorli, aceto bianco e un aceto balsamico “che nemmeno, ti dico dove l'ho preso”. Limoni, curcuma e zucchero. Al mio “Maionese!” mi risponde che sono ignorante. Questa maionese, per semplificare, avvolgeva patate bollite spruzzate di prezzemolo ed erba cipollina. Prezzemolo ed erba cipollina “Tritati, fini, fini, fini. No, non li ho frullati. Non si frullano. Devono essere tritati, con un coltello. Ma, fini, fini, fini”. Una delizia. Mentre si mangiano, lontano si sente un leggero sapore di affumicato, poi si scopre che quelle sfogliette morbide provengono da una scamorza affumicata. La bocca resta fresca quasi si fosse mangiato un sorbetto.
Tutto è altro. Lui aspetta che qualcuno gli chieda di farlo. Quando l'invito arriva il Principe alza entrambe le mani con i palmi verso l'esterno a coprire il viso, mentre va chiudendo le mani a pugno. “No, non, mi, sento” dice mentre sa già che accetterà. Alla fine si avvia verso il pianoforte. Dopo un po' di manfrina inizia a suonare. Non me lo aspettavo. E' bravo davvero, il Principe, il cantante di questa sera un po' meno.
giovedì 12 novembre 2009
“Và ieccati”

Al suo passare gli gridano dietro “Và ieccati” . Loro schegge di una tribù a noi conosciuta. Loro appena usciti dalla “villeggiatura”. Loro con le compagne ai domiciliari. Loro che scassano i timpani, stazionando tutto il giorno nella piazza. Loro che al passare di Peppuccio divertono il loro povero spirito gridando “Và ieccati”. Perchè Peppuccio per loro è spazzatura da buttare. Peppuccio alcolizzato, che vive chissà come in un tugurio. Peppuccio è un signore. Un nobile d'altri tempi, un nobile anarchico amante del vino. Non disturba nei suoi deliri, si apparta per piangere. Si copre la faccia e piange. Scuote le spalle. Singhiozza. Poi si riprende lancia il suo sgraziato urlo di battaglia (?) e riprende la sua strada. Loro urlano giusto per essere. Alla deriva in mezzo al mare, che puoi fare? Urli. Inveendo verso chi sembra meno fortunato di te. Non avendo altre capacità urlano, anche per sentirsi migliori. Migliori di Peppuccio? Non certo per il mio riposo pomeridiano. Peppuccio sarebbe passato seguito, sempre da lontano, da Killer non disturbando nessuno. Loro cercano qualsiasi occasione per lanciare un urlo.
Accarezzo con il piede Giuggiola. Al mio tocco apre occhi. Spalanca la bocca in un enorme sbadiglio. Per un attimo ci fissiamo. Suona la sveglia. Mentre penso “e anche per oggi...”
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