martedì 13 agosto 2013

Edificio 17A – Di inganni notturni


Tre e trenta di notte. Mi sveglio con una puzzetta sotto il naso. Controllo il sacchetto della colostomia. Sembra tutto a posto. So che devo stare sempre all'erta. La puzzetta indica spesso che la parte adesiva del sacchetto in qualche modo lascia uscire aria. Con le mani cerco la “falla”, ma mi sembra tutto a posto. Filippo mi sente trafficare si alza e mi conferma la puzzetta. Gli dico che è tutto a posto. Ci tranquillizziamo entrambi e si torna a dormire. Intorno alle cinque una macchia nella maglietta bianca mi indica che si è aperta la “falla” che non riuscivo a trovare con il tatto. Allora mi alzo. E' successo. Si è aperto il sacchetto. Quindi pulizia e cambio. Finita l'operazione a questo punto mi vado a prendere un caffè. Mi vado a sedere sui soliti gradini della scala di emergenza. In fondo, verso il mare, il cielo è rosa. L'alba è vicina. In fondo vedo due insetti. Danzano intorno alla luce di un lampione. Li scambio all'inizio per due lucciole, e mi torna in mente l'ultima volta che le ho viste. Ero a San Giuseppe. Nella casa in campagna che avevamo con Boris. Volavano in gruppo attorno a un cespuglio di citronella. Per me era la prima volta che le vedevo. Rimasi incantato. Mentrre loro sembravano rincorrersi al buio. Oggi sono solo due. Si rincorrono sotto la luce. Le riguardo meglio. No, non sono lucciole. Il riflesso le illumina in modo da illudermi.
Devo stare più attento. Alle volte la prima impressione può essere illusoria. Due esempi in una notte di come la mente, la mia almeno, si lascia ingannare molto facilmente.

P.s.


Naturalmente non c'è due senza tre. Avevo preso il caffè prima di andarmi a sedere fuori. Poi rientro per scrivere questa nota. Filippo mi porta un caffè. Lo scambio per quello che avevo preso e ci spengo la sigaretta che stavo fumando mentre scrivevo.

1 commento:

piergiorgio di cara ha detto...

Il mio ricordo delle lucciole risale a molti anni fa (mannaggia è mai possibile che gira e rigira parlo di cose che sono successe una vita addietro?!), ero uno scout, lo sono stato per un sacco di tempo, dal 1977 al 1992 più o meno, che poi sono gli anni in cui oltre a esplorare i boschi cominci a esplorare te stesso, i tuoi bisogni, la tua spiritualità. Abbiamo parlato del daimoku qualche post fa, e tu hai parlato del fratino che è venuto a portarti il suo conforto, che poi era solo il suo e non il tuo, non quello di cui avevi bisogno tu. Loro fanno così, da bravi fondamentalisti, partono dall'idea che il "Loro" è l'unico conforto possibile, e non è vero. Io, quando ero scout, per esempio, cercavo di ragionare sulla possibilità di frequentare altre pratiche religiose, altre idee della vita e della morte. Ma niente da fare, ci sono verità che è inaccettabile mettere in discussione, così mi ritiravo in un angolo nascosto e recitavo il mio daimoku, nei boschi. Ricordo una sera di preghiera nell'Aspromonte, un po' più in là delle tende, nel buio lattiginoso di una notte di luna piena, nel silenzio di schiocchi di pigne e lontano passare di animali selvatici. Inginocchiato col rosario di legno tra le mani... nam myoho renge kyo sussurrato per non svegliare il campo e non essere tacciato di eresia. Improvvise comparvero, dal nulla di un cespuglio, tre quattro scintille luminescenti di un colore quasi azzurrino. Il mantra che recitavo, me ne perdoni Nichiren, divenne un... minchia (c'è una certa assonanza non credi? In fin dei conti è il nostro mantra, ma non vorrei essere blasfemo). Nell'esaltazione spiritualnaturalistica che mi aveva preso pareva che danzassero al suono gutturale e ritmato della mia preghiera. Scie luminose pulsanti. Mi sono chiesto se volessero dirmi qualcosa, se avessero un messaggio per me. Non credo fosse così, il fatto è che ero diventato parte del tutto, la mia immobilità mi aveva reso uguale alle pietre, ai rami, alla silana notte fluorescente. E forse il messaggio era proprio quello: sta fermo; volevano dirmi; sta fermo e godi della nostra visione.