sabato 4 maggio 2013

Edificio 17A – Una giornata di… ?




La possiamo definire una giornata di merda? No, non rende abbastanza bene l'idea. Da giorni chiedo di avere un consulto con un chirurgo. Invece, di prima mattina, quando passa il dottore, iniziano le battaglie. Lui sostiene che le medicine della mia terapia devono darmele loro. Non cedo. Gli dico che se le gestisco io è molto meglio. Poi chiedo di nuovo del chirurgo. Stupito chiede:
Perché, ieri non è passato?”
Quasi lo bacerei per l'innocenza che mostra. Naturalmente no, non è passato. Mi parla di una nuova TAC, di una visita urologica e di non so cos'altro. Anch' io ho imparato a non ascoltare.
Mi mandano dall'urologo. A fare cosa non si sa. Mi cambiano solo il sacchetto della nefrostomia. L'infermiera che lo ha eseguito la sostituzione, dopo qualche ora sarà sepolta da tutte le maledizioni che conosco. Il sacchetto - fissato male - perde urina. Mi accorgo del danno quando i pantaloni e la giacca del pigiama sono già inzuppati. Qui parte la prima raffica di imprecazioni. Devo cambiarmi completamente, darmi una sciacquata. Esco dal bagno con indosso il solo pannolone. Arrivato a metà stanza, rivolto ai presenti tiro fuori un vecchio slogan pubblicitario.
Scusate, di solito vesto Marzotto.”
Mi rivesto. Sono stanco e anche un po' avvilito. Ma bisogna resistere, giusto?
Allora prendo i quaranta centesimi che ci vogliono per un caffè. Scendo a pianterreno. Metto le monete nella macchinetta. Non mi da' il caffè, ma mi restituisce trenta centesimi. Torno su continuando a maledire l'infermiera. Faccio per prendere la bottiglia dell'acqua, ma mi scivola dalle mani e se ne versa un po' sul computer. Tento disperatamente di asciugare con dei fazzolettini di carta. Proprio in quel momento - quello più sbagliato - arriva il chirurgo. Mi fa sdraiare su letto. Gli dico che il mio piccolo fiore rosso si è trasformato in un pomodoro maturo. Lui si mette i guanti e comincia ad armeggiare spingendo il dentro il budello.
Più che un pomodoro, mi sembra un cachi maturo,” commenta.
Mi raccomanda di rimanere disteso e di tenere del ghiaccio sul fiore rosso. Sono perplesso, ma è lui l'esperto. Io sono solo uno che quando prova a distendersi ha dolori lancinanti. Intanto finisco la telefonata con Maurizio... già interrotta tre volte in tutto questo caos.
Il computer è bagnato ma ancora acceso. Mi affretto a controllare le varie funzioni. Proprio come temevo! Alcuni tasti non rispondono più. Certi caratteri della tastiera sembrano defunti.
Mi dispero. Il computer è di mio fratello. Non solo. Adesso mi sento veramente prigioniero della situazione, con i tenui legami informatici con l'esterno recisi. Soprattutto non posso continuare a scrivere. Questo mi fa stare male, fino alle lacrime. Se non scrivo... che cazzo faccio? Scrivere di quello che sto vivendo fa sembrare tutto più sopportabile. Pensare che non avrei più potuto farlo mi deprime in modo indescrivibile.
Filippo ha messo mano al computer e in parte ha accomodato le cose in modo che - sebbene zoppicando - posso continuare a scrivere.
Una giornata di... come potremmo definirla?

1 commento:

Raffaele Stendardo ha detto...

Tieni duro, arrendersi o lasciarsi andare è molto peggio. So che lo sai... ma sentirlo dire aiuta anche me. Molto più delle mille psicologhe finte o delle volontarie che passano ogni giorno.