
“Il bouquet di fiori” di Jean Baptiste Siméon Chardin (1699-1779)
Brano da "Il Manifesto Gay" di Luciano Massimo Consoli, Malatempora, Roma, 2006.
“Il 29 dicembre 1969 pubblicavo una lettera su Men, per rispondere ad un anonimo corrispondente del settimanale: gesto che avrà varie conseguenze. La più importante fu che questi, Salvatore Adelfio, si mise in contatto con me, mi raggiunse in Olanda dove mi ero trasferito, e insieme pubblicammo il Manifesto Gay...
Il testo del mio intervento sul settimanale diretto da Gio' Stajano diceva: «Ho letto con molto interesse la lettera pubblicata su Men (N. 46 del 17 novembre - pag. 62), firmata A.S., Pisa. Questo ragazzo dice di leggere L'Internazionale perché lo ritiene, insieme a Men e Mondo Nuovo, uno dei pochi giornali decenti che si stampino nel nostro Paese. Ora, poiché io sono un collaboratore dell'Internazionale, sul quale ho trattato molto spesso, tra gli altri, anche il problema dell'omosessualità, che è all'origine, così mi sembra, dell'instabilità emotiva di quel ragazzo, vorrei pregarla di pubblicare questa mia lettera con l'indirizzo e con l'invito che rivolgo a "A.S., Pisa", di scrivermi, magari mettendo, se vuole, il proprio recapito postale presso un Fermo Posta. Per qualche giorno sono all'estero. Dopo Natale rientrerò a Roma...»
Nel 2000, dopo (forse) 25 anni che non lo sentivo, ho ricevuto una telefonata da Adelfio che, tra le altre cose, mi ha ricordato un particolare che avevo dimenticato: per comprare il ciclostile con il quale dovevamo stampare il Manifesto, oltre a quello della mattina presso la Fiat di Amsterdam, ci sobbarcammo un altro lavoro, di sera, facendo pulizie negli uffici della città!
Poi, alcuni mesi dopo, gli ho chiesto se si ricordava qualche altro particolare della nostra avventura in Olanda. La memoria fa brutti scherzi, e volevo confrontare le mie testimonianze con le sue. Il risultato è il documento che segue.
Oggi, Toti, come io lo chiamavo e come mi piace ricordarlo, gestisce una bellissima libreria-edicola a Palermo (Altroquando) e dirige “Woof!” il bollettino degli Orsi italiani”
Mio padre era un tipo timido, considerato troppo buono e quindi “fissa”. Operaio meccanico, lavorava presso una ditta di autobus che collegava i paesi della provincia. Autodidatta. Aveva appena la quinta elementare, ma si incuriosiva di tutto, non solo della meccanica dei pullman che riparava, e spesso approfondiva la conoscenza attraverso la lettura di testi specialistici. Si interessava di medicina, e al caso diventava l'infermiere che ti faceva qualsiaisi tipo di puntura. Sapeva indicarti, se avevi un malore, le medicine da prendere, cercando di spiegarti come agivano i componenti della stessa. Gli piaceva la musica. Fino ad una certa età suonava il violino, ma era capace di suonare qualsiasi strumento ad orecchio.
Qualche volta mi capitò di andarlo a trovare in officina. Durante le ore di lavoro era una persona completamente diversa da come lo vedevo a casa. Si muoveva, sicuro di sé, in quel suo mondo senza la timidezza che lo contradistingueva.
A modo suo si interessava di me, di quello che potevo essere. Una volta, avevo circa 18 anni, stavamo aspettando in macchina mia madre, che era andata a fare una commissione. Lui seduto al posto di guida, io sul sedile posteriore. Inaspettatamente mi chiese girandosi “Ma tu, hai problemi con le donne?”. Sarebbe stato bellissimo sprofondare fino al centro della terra e rimanervi. Ma anche se tutto l'universo complotta per avverare i tuoi desideri, alle volte i risultati non sono istantanei. Non so come successe ma mi sentii rispondere a mio padre un “Io? Mai avuto problemi con le donne”. Non era una bugia. Ma, nemmeno la verità. Io mi nascondevo e lui mi aveva scovato.
L'universo a modo suo intervenne e fece ricomparire mia madre. Apparizione che mise fine a quell'inizio di conversazione.
Il cambiamento non so a quando risale, né ho ricordi. C'è stato un periodo, diciamo fino a dieci anni, che ero un po' irruento e aggressivo. A scuola mio padre riceveva il classico “è intelligente, ma non si applica”. Il fatto che non mi applicavo, già allora, mi sembrava una cagata. Avrebbero dovuto dire “cerchiamo di fare del nostro meglio, ma non riusciamo a catturare l'attenzione di suo figlio”. Alla faccia di chi oggi dice che dagli anni cinquanta la scuola era in mano ai comunisti, a me sembrava una succursale della parrocchia. Immaginette di santi sparsi in tutti i corridoi, e naturalmente un crocifisso in tutte le classi. Nel cortile della scuola vi era anche una statuetta della Madonna di Lourdes. Ci facevano fare il segno della croce all'inizio e alla fine delle ore di lezione. Ci facevano pure cantare, ma “Bella ciao” l'ho conosciuta alle scuole medie. Qui, alle elementari, era un tripudio di canti sulla Vergine, Santa Caterina (“era figlia di un reee...”), fino a “Tu scendi dalle stelle”.
Alla quinta classe avevo un Signor Maestro che era - di aspetto - un incrocio fra Stalin e Hitler. Quando si sedeva dietro la cattedra apriva un cassetto chiuso a chiave e tirava fuori due oggetti temutissimi da noi scolari: il registro e una bacchetta di legno spessa due dita e lunga una trentina di centimetri. Il primo, bene o male, sapevo domarlo in qualche modo. La seconda, una volta, fu fatale e mi ruppe la testa. Ma non fece tanto male quanto il commento di mia madre appena arrivato a casa “U maistru ti rumpiu a testa? Bonu fici!”. Poi girandosi verso sua madre le disse “Maaa! Testa rutta quantu sta?”.
L'unica conosciuta di tutti i nonni è stata la nonna Barbara. Grande suo onore aver avuto più di dieci figli, compresa mia madre. Eravamo una famiglia allargata formata dalla famiglia residua di mia nonna, composta da lei più cinque figli, e da noi che eravamo altre cinque persone. Mia nonna scendeva tutti i giorni, con la sua borsa fatta di strisce di cuoio intrecciate, per andare al mercato. Grande giocatrice di numeri al lotto, capace di fare la cresta sul conto della spesa per farci uscir fuori il soldi per un terno. Mi meravigliavo sempre che non sapesse leggere null'altro che i numeri. La tassa degli stupidi le ripeteva qualcuno in famiglia. Ma lei era una donna che se voleva qualcosa per dritto e per rovescio la otteneva. Anche la sua richiesta di non prendere le pillole per la pressione la domenica, perchè era il giorno del Signore e lui sicuramenta l'avrebbe protetta. E mangiava pure, tutte le cose che le venivano proibite durante la settimana. “A duminica un cunta” ripeteva. Le figlie cercavano di starle dietro ma era impossibile controllarla. Era capace di far finta di aver preso le pillole, ma anche di nascondersi delle olive nella grande tasca del grembiule che portava sempre quando stava a casa. Quella tasca sembrava senza fondo, c'era un poco di tutto. Il borsellino, un foglio di carta con dei conti, il fazzoletto, caramelle di carrubba, bottoni, un pezzo di matita, alle volte anche biscotti o un pezzo di pane.
Era bravissima, fino a che cucinò lei, nelle fritture e soprattutto nel fare la pastella. Imbattibili le sue sarde in pastella, mai più assaggiato qualcosa di paragonabile.
Con i sughi bisognava seguirla un poco, questi erano troppo lenti nel cuocere, bisognosi di cura. Se lei non mangiava qualcosa a tavola era, per i più attenti di noi, un segnale di allarme. Una volta le cadde una busta di sapone molle dentro il ragù. Tolse la busta dal tegame e continuo la cottura del sugo come se nulla fosse successo. Meno male che la busta restò sigillata, ma quel giorno, lei naturalmente non mangiò quel ragù.
Per tradizione, a me, essendo il secondogenito maschio, è toccato il nome del nonno materno. Non l'ho conosciuto e lo ricordo solo attraverso una sua foto, incorniciata, appesa al muro. La foto era sempre accoppiata a quello di un mio zio scomparso nella II guerra mondiale. Di mio nonno ho pezzi di ricordi malmessi, raccolti in una famiglia dove se ne parlava poco. Di un morto non si parla male, quindi a volte non se ne parla per niente. Tutto quello che sono riuscito a sapere è che si fece passare per pazzo. Letteralmente. E questo veniva raccontato come una sua forma di stranezza. Fu mandato su un isola, forse Ustica, per questo. Contrariamente a tutta la famiglia, sembrava, che lui andasse fiero del suo gesto. Ma questo causò il quasi fallimento dell'attività di commerciante lasciata nelle mani di mia nonna. Per mia nonna era già un po' troppo stravagante avere un marito che voleva andare a teatro. Figuriamoci uno che parlava pure di politica.
Lei, analfabeta, fu costretta a gestire l'attività commerciale. Imparando a far di conto, e facendolo con un suo metodo: incolonnava tutti i numeri a sinistra. I conti comunque erano sempre giusti.
Non ricordo il tempo che mio nonno passò al confino, lui onorato di non aver accettato ordini da Mussolini. In famiglia considerato poco. A parte la foto incorniciata, appesa al muro.