lunedì 8 settembre 2008

Fave I


Cibo condizione culturale. Ma anche trasmissione di affetto materno. Tipico di mia madre ogni volta che tornavo a casa era di chiedermi:
“ Manciasti? ”
La sua preoccupazione principale era il nutrimento. Nient'altro.
Non importava quale fosse la mia risposta. Lei invariabilmente replicava con
“ 'nca mancia.”
“ Maaa, ho detto che ho mangiato!... “
“ ...e tu manciatillu senza pani. “

Certo la nostra generazione la fame vera l'ha conosciuta attraverso i ricordi soprattutto delle nonne. Mia nonna Barbara raccontava spesso del periodo durante la II guerra mondiale e della fame patita in quei giorni. Gli espedienti per trovare cibo. La borsa nera. Che non riuscivo a capire che fosse. Ci raccontava di quella volta che trovò una gallina. Comprata illegalmente. Tirandoci fuori la cena per tutta la famiglia. Concludeva sempre le sue storie raccontando delle abbuffate di faggiolina. Noi ragazzini l'ascoltavamo con gli occhi sbarrati. La nonna precisava ogni volta:
“ Non era vera faggiolina. Sarina, mia cugina, lavorava come cuoca presso u principe. Quello che stava dalle parti di via Alloro. U principe era principe ma ormai non è che navigasse più nell'oro. “
Sarina era una donna magrissima. Dall'aspetto fragile, ma in realtà instancabile. Nubile per scelta, non faceva solo la cuoca dal principe. Era la donna delle pulizie, ma anche la sarta, lei faceva la spesa e, sempre lei, cucinava.
In quella scelta di solitudine qualcuno insinuava che c'entrasse u principi.
La nonna Barbara continuava:
“ Quando cucinava le fave pu principi, raccoglieva tutti i baccelli vuoti e ce li portava. Noi li tagliavamo a striscette. Le facevamo bollire. Una volta cotte le buttavamo in padella dove era stato soffritto dell'aglio. Credetemi, faggiolina precisa era. Certo le bucce non devono essere vecchie vecchie. Bisognava usare le prime fave, che hanno la buccia tenera... “
Il primo campo coltivato a fave lo vidi molti anni dopo di notte. Perdendoci il portafoglio, scivolato via dalla tasca dei pantaloni abbassati. Durante una scaramuccia sessuale. Mentre il suo amico autista aspettava in macchina. Arrivati lì su una spider rossa. In tre. Lui subito mi precisa che, non avendo la patente, si fa accompagnare da un amico. Mi aveva abbordato dicendomi:
“ Sei qui in attesa che qualcuno ti rapisca? ”
“ Non sarebbe una cattiva idea... “
“ Allora sali. “
Io lo avevo notato su quella spider rossa. Ma vedendolo in compagnia di un'altra persona avevo perso le speranze.
Era stata la classica giornata di merda. Chiuso nella cucina dell'albergo Kinzica di Pisa, dove lavoravo. A cucinare, addossandomi il lavoro del collega assente.
Non avrei mai pensato si potesse concludere in un campo di fave.

5 commenti:

Lobo ha detto...

U viri ca tafìri? Non ne potevamo più di polpette!

Anonimo ha detto...

Bello il commento di Lobo ...
le polpette ...erano diventate pesanti ....
ma ora passiamo alle fave !!!
penso che diventerò ..un bravo cuoco ..seguendo le tue ricette ...
:-)

Anonimo ha detto...

sono amfavata che cerca di tornare dal mondo "cibernetico" dopo lunga assenza, sento solo racconti disturbati, e voci concitate, ti penso, ma devo correre anche oggi...scusami è importante... a dopo....ciao.... ore 17,45
a presto
angela maria favata

Anonimo ha detto...

che fine ha fatto il MAESTRO?
è lui il mio personaggio preferito..
ma esiste VERO?

missy ha detto...

commento Polpette II perchè mi hai fatta sorridere.
A Firenze invitavo amici a cena con pasta alla norma e le polpette nostre.
Poi una sera una tipa mi fa: "Missy, devi rifare altre volte questa cucina etcnica, è buonissima!".
"Etnica? Ma questa è la cucina di mia nonna".
Cmq va tutto bene, basta ncà manci!
:-)