
Totò è come un pastorello del presepe. Si può mettere ovunque. Lavoricchia un po' qui un po' lì. Lavori di fatica che affronta con gli occhi sorridenti. Quando non ha nulla da fare staziona nella piazzetta. Scambia quattro chiacchiere con il barbiere che spesso gli urla “Sei insopportabile”. Ma è solo un tormentone senza volontà di offesa.
Spesso gioca con i bambini del vicolo. Gli aggiusta la vecchia bici e li tratta come fossero figli suoi. Riceve in cambio calci e pugni ma lui con pazienza cerca di farli calmare.
“Sono bambini sbandati, cresciuti senza regole. Hanno bisogno... cerco di fare quello che posso”
Ogni tanto intona una canzone di Dalla ma solo la frase:
“A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io”.
Ripetendola più e più volte.
Non passando mai alla frase successiva:
“A modo mio avrei bisogno di sognare anch'io”
Ripete all'infinito sempre la stessa frase forse perché le carezze sono più impellenti dei sogni.
Totò beve. Nel tardo pomeriggio comincia a fare qualche salto in taverna. Una birra alla volta. Ma ci torna più volte. Quando raggiunge l'apice torna a casa con il suo vespino.
“Totò viri ca un ci arrivi a casa”
“Tranquillo, io non guido. Inserisco il pilota automatico e mi porta a casa”
Ho chiesto a Totò informazioni sull'accaduto della sera precedente.
“No u viri. Nulla so. E nulla voglio sapere. Io, all'imbrunire, me ne vado”.
All'imbrunire.
Totò colpisce così. Spesso usa vocaboli non consueti. Qualcuno nel vicolo ogni tanto gli fa notare questo suo uso di parole qui non usuali.
“A liggivu stamatina e l'avia a usari, un sugnu propriu sceccu” si giustifica.
Totò è come un pastorello del presepe. Che con dignità vive il proprio stato.