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martedì 12 marzo 2013

La casa di Peppuccio

                                       



 Lo hanno cacciato via da due case diverse per questioni d'igiene. Lui le occupava abusivamente e le trasformava in depositi trasandati di cose inutili. Ma per dignità lo hanno buttato fuori da quelle case invivibili per un essere umano. Ora Peppuccio dorme per strada, accovacciato su un gradino. Accanto il minimo indispensabile in un sacchetto di plastica bianco. Un contenitore di cartone con ancora due dita di vino. Altrimenti come ti sciacqui la bocca la mattina? Un pacchetto di Marlboro vuoto. Sì, vuoto il venditore ambulante accanto ha già controllato. “Vacante è” disse deluso. Poi una pezza? Una camicia? Un pezzo di tessuto informe. Colore indefinibile. Tutto qui. La dignità umana è stata ristabilita, Peppuccio dorme adesso in un luogo meno malsano. Su un gradino di fronte la Taverna Azzurra.

sabato 7 gennaio 2012

All'imbrunire




Totò è come un pastorello del presepe. Si può mettere ovunque. Lavoricchia un po' qui un po' lì. Lavori di fatica che affronta con gli occhi sorridenti. Quando non ha nulla da fare staziona nella piazzetta. Scambia quattro chiacchiere con il barbiere che spesso gli urla “Sei insopportabile”. Ma è solo un tormentone senza volontà di offesa.
Spesso gioca con i bambini del vicolo. Gli aggiusta la vecchia bici e li tratta come fossero figli suoi. Riceve in cambio calci e pugni ma lui con pazienza cerca di farli calmare.
“Sono bambini sbandati, cresciuti senza regole. Hanno bisogno... cerco di fare quello che posso”
Ogni tanto intona una canzone di Dalla ma solo la frase:
“A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io”.
Ripetendola più e più volte.
Non passando mai alla frase successiva:
“A modo mio avrei bisogno di sognare anch'io”
Ripete all'infinito sempre la stessa frase forse perché le carezze sono più impellenti dei sogni.
Totò beve. Nel tardo pomeriggio comincia a fare qualche salto in taverna. Una birra alla volta. Ma ci torna più volte. Quando raggiunge l'apice torna a casa con il suo vespino.
“Totò viri ca un ci arrivi a casa”
“Tranquillo, io non guido. Inserisco il pilota automatico e mi porta a casa”
Ho chiesto a Totò informazioni sull'accaduto della sera precedente.
“No u viri. Nulla so. E nulla voglio sapere. Io, all'imbrunire, me ne vado”.
All'imbrunire.
Totò colpisce così. Spesso usa vocaboli non consueti. Qualcuno nel vicolo ogni tanto gli fa notare questo suo uso di parole qui non usuali.
“A liggivu stamatina e l'avia a usari, un sugnu propriu sceccu” si giustifica.
Totò è come un pastorello del presepe. Che con dignità vive il proprio stato.

giovedì 5 gennaio 2012

Tu sì na pulla




Due macchine dei carabinieri posteggiate nella piazzetta. La tribù delle bionde questa sera è sul piede di guerra. Il vociare invita a curiosare. Affacciato al mio balcone assisto così alla vita nei vicoli.
I carabinieri sembravano comprensivi, ma dentro di loro credo cercassero di districare la trama proprio come stavo cercando di fare io.
Una coppia, lui immigrato e lei, Rossana, palermitana, vivono di fronte la casa delle bionde. Secondo queste lui ha fatto uno sgarro. Con l'aggravante di vantarsi di comandare lui nel vicolo. La compagna cerca di difenderlo dalle accuse delle bionde. Loro le urlano:
“Tu sì na pulla, ma iddu è un indegno. Se ne deve andare. Lo portassero al centro di accoglienza. E' un indegno. Mi ha pure minacciato, con le sue mani davanti a me faccia ”
“Me maritu, picchi iddu è me maritu, era nirbusu:”
“Seee maritu” e rivolgendosi ad uno dei carabinieri “Suo marito, quello vero è in carcere. Quello non è suo marito è un magnaccia, ca s'accolla di ricevere i so clienti a casa”.
“No, vedi, questo non è vero. Maresciallo è vero ca sugnu pulla. Ma a casa mai, io in via Roma lavoro. Mai nuddu ha acchianatu a me casa”
“A mia, mi minaccia e mi dici, ci vediamo domani. Mio marito non c'è e mia madre è vedova”.
“Ma su cosi ca si dicinu, cose che scappano in momenti di rabbia”
“Marescià, quell'indegno ve lo dovete portare. Perché domani esce dal carcere il vero marito. E quello torna qua e se trova quello lì lo ammazza. Io la sto avvisando. Un omicidio”.
Loredana si allontana e parla con un carabiniere nella piazza. Le bionde mandano con la scusa del cagnolino che deve fare pipì, una ragazzina a curiosare di che parlano. Lei cerca di difendere il compagno.
Una delle bionde si sporge e rivolgendosi ai carabinieri dice:
“Io vi ho avvisato. Domani il vero marito esce e domani sera qua ci sarà un omicidio. Siete avvisati.”
Quindi per stasera non prendo impegni. Mi posteggio sul balcone in attesa dell'evento annunciato.

martedì 6 dicembre 2011

Oggi pesce




Con il pescivendolo della piazza scambio spesso quattro chiacchere. Di solito è lui a provocare la discussione. Parliamo di politica, lui sempre un passo indietro. Prima pro Berlusconi ed io contro, ora mi parla male della stessa persona mentre gli accenno all'attuale governo. Alle volte i racconti personali si intrecciano con la discussione precedente. Prendono il sopravvento. Sono la parte più interessante del tempo trascorso a parlare. Vengono fuori ricette, istantanee di una famiglia, aneddoti divertenti ma anche tristi. Ci si racconta.
Oggi siamo partiti al solito prendendola alla lontana. Monti e la sua manovra ladrona. Anche lui convinto che ci stanno livellando tutti allo stesso stato di povertà, lasciando arricchire una massa di banditi. Si parla dei tempi di grama. Si accenna al passato. Gli racconto delle mie mutande fatte con le camicie dismesse di mio padre. Mia madre raccoglieva quelle più vecchie. Seguendo i consigli di una vicina ne tirava fuori degli slip per noi bambini. Non per mia sorella. Solo per me e mio fratello. Che non erano il massimo l'abbiamo capito dopo. Si risparmiava qualcosae questo era importante.
“Non ti buttare così per terra” mi dice il pescivendolo dandomi una leggera spinta alla spalla destra. Gli dico che quella era la mia realtà. Famiglia di operaio. Dove i soldi erano sudati e pochi. Si risparmiava su tutto. Lui rimane incredulo, ha sempre indossato intimo di marca.
Lo sconto sul prezzo del pesce comunque alla fine è minore di quello che vorrebbe farmi credere.

lunedì 5 dicembre 2011

Perchè la nascita è pianto



E' morto zù Carlo. Era un ciabattino, quando ancora le scarpe si riparavano. Aveva casa e bottega nello stesso locale. Poi diventò solo casa. Silenzioso passava le giornate davanti un televisore al plasma. Seduto sulla sedia a rotelle. La mattina alcuni nipoti, quelli veri, lo alzavano dal letto e lo sistemavano sulla sedia. Pronto a vedersi tutte le De Filippi della giornata. La sera facevano l'operazione opposta. Che pensione pensate potesse avere? Lui arrotondava vendendo stecchette di fumo. Dieci euro a stecchetta. Di quello scarso. Soprattutto nei fine settimana aveva un bel via vai. Aveva ottantasei anni e per una caduta è morto. Il terrore di finire in ospedale lo fece restare in silenzio. Fino a morirne.
Non so se ne fosse cosciente. Mi piace pensare di sì.
Poi lui esposto dentro la bara. Appena fuori la porta a destra un tavolo con la tovaglia a quadrettoni rossi e bianchi, a sinistra i tanti mazzi di fiori portati dai parenti. Sul tavolo pezzi di rosticceria e chinotto.
Più in là in piazza la solita festa del fine settimana.
La mattina del funerale i ragazzi del quartiere in onore di zio Carlo fanno esplodere diversi “botti”.
Uno dei nipoti al bar orgoglioso si vantava della festa fatta al morto. Perchè la nascita è pianto, la morte una liberazione.

domenica 20 novembre 2011

Paesaggi Urbani: Un altro S.Martino




La nebbia qui non arriva
e la pioggia è rara,
sotto il maestrale
bottiglie di plastica ci sputa il mar;

ma per le vie del centro
dal tintinnio delle forst
e l'aspro odor di piscio
vanno l'anime a mortificar.

Gira sulla griglia accesa
le stigghiola scoppiettati:
e sta l'oste fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le cupe nubi
stormi di gabbiani urlanti,
com'esuli pensieri,
in testa ti vanno a cagar

venerdì 28 ottobre 2011

Legalità e dintorni






- Ci rinuncio
- Ma chi t'aspittavi?
- Dopo che ne ho parlato. Uno mi dice che, effettivamente, c'è stato un leggero disservizio. L'altro, con tono abbastanza duro, mi dice che ho scritto cose false e che nel prezzo erano comprese anche due birre.
- E u scontrino?
- Dimenticanza. Mi dice che ha dimenticato di farlo. Faccio presente che è stato notata anche da altre persone... questa dimenticanza.
- E iddu?
- Sostiene che loro staccano sempre lo scontrino e che vado dicendo falsità. Gli ricordo che tutte le volte che sono stato da loro non ho mai ricevuto scontrino.
- Puru tu però, picchì ni parrasti sulu uora?
- Se Attila non avesse fatto quel discorso sull'illegalità alla quale portavo soldi, io non ci avrei nemmeno fatto caso allo scontrino. Non puoi sviarmi con la scusa della legalità e poi dimostrarmi che nello stesso tempo te ne fotti.
- Miii! Mi staiu scialannu.
- Gli ho detto che con me non deve più parlare di politica, perchè appena lo fa gli sputo in faccia.
- Minchia! Cci dicisti accussì?
- Sì, possiamo parlare di minchiate, ma non di politica. Non posso considerare delle persone che predicano una cosa e poi fanno il contrario. Perlomeno stai zitto. Preferisco Tanino. Sai che è abusivo e che non ti darà lo scontrino. Ma ti fa un panino con porchetta che è una meraviglia. E non ti fa il predicozzo su cosa sia giusto o sbagliato. Tanino è il disagio diventato imprenditore. Loro sono imprenditori del disagio.
- Chista d'unni ta niscisti?
- Imprenditori del disagio? Non me la sono inventata io. Risale a diversi anni fa quando gestivano un altro pub. Non ricordo chi me lo disse la prima volta.
- E comu finiu?
- Ho la sensazione che non si farà più vedere. Ha preso i giornali, mi ha chiesto il conto, ha pagato e se ne è andato.
- E tu u scontrinu ciù rasti?
- La mia attività non prevede lo scontrino perchè l'IVA è assolta alla fonte.





PS
La consumazione era composta da due piatti di porchetta con patate al forno e due birre da 33cl. Niente pane.
Pagato 15,00 euro.
Secondo voi questa precisazione serve a qualcosa? Cambia qualcosa in quello che ho scritto? Secondo qualcuno sì. Eccolo accontentato.

giovedì 13 ottobre 2011

Amore




Il padre ha una lite con uno dei due figli. Violenta. Con gli occhi fuori dalle orbite punta la lama del coltello verso il collo di uno dei due figli. Minacciandolo "Ti uccido come un animale". "Nooo" gli grida la moglie, e corre verso il marito togliendogli l'arma. "Non lui, l'altro devi uccidere" dice puntando il coltello verso l'altro figlio.
Il resto sono sensi di colpa. Alle volte capita.

sabato 8 ottobre 2011

Non sono indignato




- Non sono indignato. Presupporrebbe ancora una tenuta di stile. Che non ho più. No, io sono incazzato. Semplicemente.
- Ti vedo messo male.
- Guarda è un periodaccio e me ne capitano di tutti i colori.
- Ma svagati esci di casa...
- Ci ho provato fino a ieri sera.
- Sei uscito?
- Sì, con Filippo. Siamo andati in un posto e diciamo ci hanno dato buca.
- E ti incazzi anche per questo?
- Figurati! Questo è solo il prologo.
- Cosa avete fatto?
- Niente, siamo passati dal bar e abbiamo chiaccherato qualche minuto con Attila. Poi stavamo andando via e ci chiede dove andavamo. Gli ho detto che passavamo dalla Vucciria a prenderci un panino: “Bravi, così alimentate l'illegalità e la mafia”.
- Gli dico che con tre euro mi prendo un bel panino con cotoletta. “Se vuoi ti facciamo un panino con porchetta con due euro e cinquanta”
- Ma il panino costa effettivamente tanto o ti faceva lo sconto?
- Non lo so. So che dal panino è passato a proporci un piatto con porchetta e patate al forno. Ok, gli dico. Ci sediamo e aspettiamo quasi venti minuti. Passato questo tempo ci viene servito un piatto con la porchetta tagliata a tocchetti piuttosto grossi. Con contorno di patate al forno. Il tutto a temperatura ambiente.
- Ma mica erano rimasugli di porchetta?
- Alcuni pezzi fra l'altro erano al sangue. Al mio primo sguardo al mio piatto, Filippo mi scrutava aspettandosi una mia reazione. Mentre io mi ero ripromesso di non contestare nulla. Abbiamo mangiato e poi siamo passati alla cassa. Quindici euro.
- Quanto?
- 15 euro. Sai, la legalità ha un costo. Per questo non mi hanno rilasciato lo scontrino.

sabato 1 ottobre 2011

Se un battito d'ali




Se un battito d'ali
causa quello che sapete
perchè una mia incazzatura
produce effetti minimi?

Lei al mattino davanti al bar
aspettava il pulmino della scuola
al quale avrebbe consegnato i due figli
e mi salutava gentilmente

Se una piazza vive nell'illegalità
sotto gli occhi di tutti
perchè una associazione di commercianti
leggitima quella stessa piazza con una festa?

Il fratello diversi mesi fa
aveva aperto durante la notte
il mio negozio tentando un furto
ma lei mi salutava gentilmente

Se una lesbica
è lesbica alle riunioni politiche
perchè non lo è
quando si candida alle elezioni?

La sorella lavorava
presso un parrucchiere
poi fu licenziata
e cadde in depressione

Se i luoghi dove si svillupano idee
sono solo due librerie
tu intellettuale non dovresti
ampliare lo sguardo?

La madre
cosa non si fa per i figli
quando il figlio era in carcere
prendeva le redini della baracca

Se le rivoluzioni si programmano
in orari comodi
forse non sarebbe meglio
una sana masturbazione?

Dei niggeriani non so dirvi
un qualche movimento
di persone che davano nell'occhio
l'avevo notato nei vicoli

Se un arco blu
non può che essere
solamente una scia chimica
non credi questa sia una risposta
triste e scontata?

Non conoscevo altri
dei sessantasette arrestati
per traffico di coca

Non sono soddisfatto
e dico che va alla grande
ho tanti tarli nei miei pensieri
e il veleno cerco di digerirlo
camminando in spazi ampi

Ma Palermo se ne fotte
che importa
se il pusher è cambiato

domenica 4 settembre 2011

113




- Polizia
- Senta abito alla Vucciria, in piazza c'è una festa e la musica è talmente alta che non riesco adormire
- Passo la chiamata ai carabinieri
- ?
- Pronto?
- Senta abito alla Vucciria, in piazza c'è una festa, la musica è talmente alta che non riesco a dormire
- E' una festa pubblica o privata?
- Pubblica, la fanno in piazza
- Hanno le autorizzazioni?
- Guardi, non so se abbiano autorizzazioni o meno. Ma sono le 2:30 e il volume della musica è altissimo.
- Faremo un controllo
-Ho capito, buona notte

Mi sono riaddormentato intorno alle 4:00. Con l'aiuto di alcune goccine. La festa è andata avanti fino alle 7:00.
Vorrei ringraziare pubblicamente le forze dell'ordine che sanno bene quando intervenire. All'efficacia del loro intervento. Ma soprattutto alle domande molto pertinenti che mi hanno fatto

lunedì 27 giugno 2011

Paesaggi Urbani: Taverna Azzurra





"Ieri ho conosciuto un tizio alla taverna. Fa l'artigiano. Mi ha mostrato degli oggetti fatti da lui e abbiamo cominciato a chiaccherare. Mi dice chiaramente che gli piaccio."
"E tu?"
"Io chiaramente gli ho detto che la cosa non mi interessava. Non so se fosse lui il più ubriaco o io. Ma questo non c'entra. A un certo punto - non chiedermi come - ci siamo ritrovati a casa mia. E questo tizio mi mette le mani addosso. Gli dico di smetterla e lui niente. Sembra un polipo. Allora lo caccio via di casa. E siccome gli avevo dato il sacchetto della spazzatura..."
"Ma scusa, lo cacci via e gli dai la spazzatura da buttare?"
"Seeee, ma mica a iccò. Stu fangu ma lassò dintra u purtuni. Strunzu."
"Sei incredibile. Comunque mi sembra una lezione perfetta."
"'Zo dici?"
"Hai vissuto cosa si prova a stare dall'altra parte."
"A cosa alludi?"
"All'essere molestati."
"Non ho mai molestato nessuno."
"Ricordo una sera. Tu “normalmente” sbronzo che tormentavi Stefi. Le dicevi ”Dammela, dai, dammela. Cosa ti costa?” e intanto cercavi di palpare il suo seno."
"Ma io mi pongo dei limiti."
"Come la risposta data all'amica che difendeva Stefi: “Chi fa, i rugnu a tia ru colpi?”. Continuando a tormentare Stefi fino a che lei è andata a chiudersi in bagno."
"Ma li mi sono fermato, però."
"Sì, perché lei ti ha sbattuto la porta in faccia."
"Non è stato un gesto carino."
"Hai avuto la faccia tosta di dirle da dietro la porta “Ma così mi ferisci”. Dopo che l'hai tormentata per una serata intera."
"Certo che mi ha ferito."
"See, va 'mbriacati. Anzi no, cerca di stare lucido. Il più possibile."

mercoledì 15 giugno 2011

Paesaggi Urbani: Tutti ai margini




Quando è iniziato tutto? Questa discesa agli inferi da dove è partita? Non ci sono soldi. E lo so che è una storia deprimente. Ma va raccontata. Lui si è sempre sbattuto. Tipo effervescente, sempre ottimista. Ha provato diversi lavori. Alcuni di valore, altri di merda. Ma è il lavoro, qualsiasi esso sia, a darti da vivere. Banale, vero? Ma quando arriviamo ai margini, quando il lavoro è quasi fare la questua per altri, far firmare contratti per un'azienda? Pietro si impegna lo stesso. Giacca e camicia più o meno intonati al pantalone. Borsa in mano e sorriso. Ogni giorno a spirale va battendo la città in cerca di una firma per un contratto. Alle volte lo vedevo passare davanti al mio negozio. Aveva sempre una battuta spiritosa. Mi ricordava un vecchio disegno visto in parrocchia da piccolo. Un ragazzino che fischiettava sotto la pioggia mentre andava a scuola. La fotografia di Pietro. Poi magari al bar mentre si sorseggia un caffè mi racconta la remunerazione insufficiente del suo sbattersi. E' in ritardo con l'affito di casa. Una stanza in subaffitto, mica un appartamento.
L'altro giorno è passato. Mi dice che è con le spalle al muro. Deve trovare dei soldi. Sì, che alcuni contratti li ha fatti, ma non molti.
“Ho anche seminato molto, ma avissi a quagghiari. Insisto ancora. Ma nel frattempo mi do allo spaccio”
“Ma dai...”
“No, vero. Solo fumo. Mi hanno detto che è buono.”
“Ma come, lo vendi e non sai nemmeno com'è.”
“Io non fumo. Le canne intendo, non le fumo.”


Mi unisco al poeta che scrisse:
“Ho visto le menti migliori della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche...”

“Che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su
imbottiti a fumare nel buio soprannaturale di
soffitte a acqua fredda galleggiando sulle cime
delle città contemplando jazz”
(Urlo di Allen Ginsberg)


E noi, Pietro, non siamo una cattiva luce.

martedì 31 maggio 2011

Paesaggi Urbani: Negozio chiuso





Un coppia di militari e un carabiniere passano lungo il corso. Pattugliano il quartiere. Per la sicurezza di tutti i cittadini.
 
Due giovani entrano in negozietto di oreficeria. Non sono a viso scoperto. Uno dei due minaccia con un arma il titolare. L'altro arraffa in modo nervoso alcuni oggetti esposti in vetrina. Poca roba. Tren-ta-mila euro! Allontanatisi i due con la refurtiva, il titolare chiama la polizia.
Si presentano in negozio dopo oltre un'ora.
Con naturale incazzatura della vittima.
“Ci descriva le due persone”
“Non saprei che dirle, ho visto solo gli occhi”
“Lo sa che potrebbe essere denunciato per reticenza?”
“Se non l'avesse capito, io sono la vittima. Lei pensa che se li avessi visti non glieli descriverei? Avevano il viso coperto e uno dei due portava pure gli occhiali”

Due militari e un carabiniere passano lungo il corso. Pattugliano il quartiere. Per la sicurezza di tutti i cittadini.

Di solito il sabato chiudeva a mezzogiorno. Quel giorno voleva finire delle riparazioni a degli orecchini, in modo da consegnarli lo stesso giorno. Erano le 13,30 quando chiuse e si avviò verso la macchina. Stava per arrivare al posteggio quando qualcuno, alle sue spalle, lo afferrò per il collo.
Sono in due. Uno tiene bloccato l'artigiano, l'altro gli porta via il borsello e un altro un pacchettino che aveva in mano. Con una spinta lo scaraventato per terra e si danno alla fuga.
Lui mi racconta la disavventura.
“Hai sporto denuncia?”
“No.”
“'nca picchì no?”
“Si facìa a denuncia un ci putìa iri unni avìa a ghiri”
“...”
“Ci ivu a parrari, stamatina mi runanu na risposta”
“E speri che ti trovino qualcosa?”
“Bho? Viremu. Da quannu un c'è Pinu è un casino”
“Ma cu? U frati di...?”
“See, da quando è in carcere succedono queste cose. Il quartiere è allo sbando. Lui riusciva a tenere il quartiere sotto controllo. E un succiria nenti”
“Si, ma guarda che quando hanno aperto il mio negozio lui era piedi piedi”
“Ma no to caso unn'i i pigghiaru?”
“Si, ma lui non c'entrava niente”
“Si unn'i i pigghiavano. iddu ti facia truvari”
“?!”
...
Entra l'orefice e gli racconto della rapina subita dall'artigiano orafo. Un moto di rabbia attraversa il suo corpo. Parlare è difficile. Raccontare altre cose quasi impossibile.
Mi guarda negli occhi.
“Siamo fra di noi, posso parlare...”
Sembra sbilanciarsi ma poi fa marcia indietro e va sul generale.
“Da quando non c'è più qualcuno, il quartiere è terra di nessuno...”
Sembra quasi mordersi la lingua. Ha gli occhi lucidi. Prende il giornale. E si avvia verso la bottega dell'artigiano orafo. Per una solidarietà fra vittime.

Due militari e un carabiniere passano lungo il corso. Pattugliano il quartiere. Per la sicurezza di tutti i cittadini.
Tutto è nella normalità.

martedì 24 maggio 2011

Paesaggi Urbani: Vucciria




Io sono stato nella città di Zora, dove vive un cane nero e cattivo. C'è anche Killer ma lui non è cattivo e solo scocciato. Pippo affamato d'amore, ma incapace ad amare. Michele che urla perchè è solo. Sergio che sogna e beve per affrontare l'impatto con il reale. E altri con il solo lusso di essere vivi.
In quella stradina, della città di Zora, c'è un angolo buio dove qualcuno a gettato un pezzo di cuore.
U solitu ‘ngrasciatu!

mercoledì 2 marzo 2011

Quadri di parole





“Entrano
talora
delle larve
ondeggianti
con gran sussiego
e
andatura solenne
convinte
in cuor loro
di essere
dee”

(Nizar Enzo Piccolo Della Rocca)





In una città umiliata e offesa. Fra munnizza e abbandono. Piccole vite resistono. E in altri, nel suo cuore di sangue siciliano, l'arte si fa strada. Non solo sangue ma anche zibibbo. Dentro una taverna.
Fra artisti affermati, pugili suonati, costruttori di cattedrali di munnizza, bevitori, scivola il Principe. Andandosi a posizionare in fondo al bancone distacco aristocratico. In una delle sue postazioni per osservarci. Per studiarci. Per farci dei quadri. Linee sottili tracciate col bisturi. Parole che scorrono e formano l'immagine, l'essenza della persona. Il Principe osserva dalla sua torre d'avorio, e nel distacco fissa in poche parole un quadro.
La torre d'avorio è in fondo alla Taverna. Sorseggia in silenzio e osserva. Talvolta appunta qualche frase.
Ma ci sono anche quadri intimisti. Di angeli caduti. Di Eden perduti. Sempre con un retrogusto decadente.
Non è facile entrare in possesso dei suoi scritti. Ne è geloso. Ma se riesci a far breccia, un suo librettino te lo concede. Con la copertina colorata. Puo essere azzurra, rosa o verde. A secondo se sei uomo, donna o omosessuale.

lunedì 27 settembre 2010

Qui è di casa




Un urlo animalesco nel cuore della notte, seguito da strepiti femminili. Non è luna piena, e non è un lupo mannaro. Sono le tre e mezza. Il teatrino notturno della tribù delle bionde è pronto a dare spettacolo.
“Ma perchè non ci si può divertire in famiglia?”.
Divertimento è sciacquettarsi nel fiume di coca che scorre alla Vucciria. Successivamente dar di matto per strada. In tre lo tengono per evitare che sbatta la testa. Lui a torso nudo e senza scarpe si dimena come in preda ad un attacco epilettico.
”Ninò” lo chiama quello che gli regge la testa. “Ninò, sangu miu, un fari accussì”. Ninò grughisce e si dimena continuamente. Parla di qualcosa che nessuno vede. Ognuna delle tre donne presenti dà indacazioni diverse su come proteggergli il capo. I quattro bambini sono scesi da casa e cominciano a scorrazzare per i vicoli. Inseguiti dalle urla delle loro rispettive madri. Ninò ha brevi pause di calma poi ricomincia a buttarsi per terra grugnendo e urlando. Dopo oltre un'ora decidono di chiamare un'ambulanza. Mentre la figlia grande, la più “allittrata”, telefona e parla con l'operatrice del... la madre le urla: “Dicci a dda pulla ca si smuvissi u culu e facissi venire l'ambulanzaaaa”. L'ambulanza parte dopo una terza telefonata. “Un ti preoccupare, ora veni l'ambulanza e nni facemu fare na gnizioni. Puru io ma fazzu fari” gli diceva Giovanni, lo stesso che prima gli reggeva la testa. Un'inezione. Ma di che?
Arrivano due infermieri insieme a due poliziotti. Ninò rivolgendosi a Giovanni: “U viri sti cammisi blu, io un'i pozzu viriri. Minchia e poi viri cu quali facci di merda su accumpagnati”.
Giovanni cercava di zittirlo ma con scarsi risultati. Poi Giovanni si allontana, all'angolo del vicolo chinando il busto e appoggiando la mano sinistra al muro inizia a vomitare. “Chi mi sentu maaaliii”. Non vomitando più spontaneamente si ficca in bocca l'indice e il medio della mano destra. “Chi mi sentu maaaliii”. La compagna accorre cominciando a chiedergli “Vuoi acqua e zuccaru? U bicaburnatu? Un limone? Chi ti portu?” e l'altro, credo più per restare al centro dell'attenzione che per un vero malore, ripeteva “Chi mi sentu maaaliii” alternandolo con “Minchia”.
“Minchia i scarpi mi futtero!!!” urla Ninò cercando di alzarsi dalla sedia per trovare le scarpe. Una delle donne và a casa ritornando poco dopo con le scarpe.
Naturalmente gli infermieri rimaserò basiti alla richiesta di una inezione da fare ai due baldi giovani. In verita Giovanni si era proposto di fare l'iniezione per solidarietà con Ninò. Li hanno fatti salire entrambi sull'ambulanza e sono andati via.
Le donne della nostra cara tribù rimaste a casa hanno naturalmente commentato l'accaduto. Sempre per strada e sempre con i ragazzini che si inseguivano urlando.
Intorno alle cinque arriva la calma.
Puntuale alle sei e mezzo suona la sveglia. Intontito faccio in automatico tutte le azioni per prepararmi prima di uscire per andare a lavorare. Incontro per strada una vicina che durante la notte avevo visto affacciata, attratta anche lei dallo spettacolo notturno. “Ma cosa è successo?” chiedo.
“Si sono ubriacati...” la interrompo guradandola negli occhi. “Non era solo alcol,” dico.
“No, vero, ubriachi erano”
“Seee”
“Allora, erano ubriachi e poi...” si porta la mano destra chiusa con il solo indice allungato sotto il naso “...e quindi. Ma un si fa accussì! Troppu, troppu!”
Mi è venuta in mente una vecchissima canzone che diceva “Si fa ma non si dice”. Qui dove scorre a fiumi. Fra uso e vendita. Qui che è di casa. Proprio qui non si nomina. Si può indicare con gesti o con altre parole.
Ma qui coca non si dice.

sabato 3 luglio 2010

Polvere




Si rifà il manto stradale. Quasi ogni anno in questo periodo si rifà il manto stradale. Giusto giusto pochi giorni prima del Festino. Il manto stradale viene scarificato. Incidendo la superficie si crea della polvere. Polvere non molto salubre. Se il lavoro viene svolto in poco tempo, il disaggio è minimo. Non quando invece si lascia la strada scarificata per ben quattro giorni. In una via di Palermo, corso Vittorio Emanuele, diventata una strada da villaggio del far-west. Solo che da questa strada passano autobus, camion, automobili. E non rallentano. Ogni autobus, ogni auto, ogni camion alza una nuvola di polvere. Polvere che si posa ovunque. Polvere che ci costringe a tenere la porta chiusa del nostro negozio. Penso alla salumeria, al forno, ai bar, alla friggitoria. Questa polvere di asfalto scarificato che si posa su tutto cibo compreso. Penetra anche nei polmoni. Ne sentiamo il sapore in bocca. Faccio un giro di telefonate. Al comune mi dicono che devo rivolgermi all'Ufficio d'Igiene. Quando chiedo il numero di telefono mi dice che mi ha dato già l'informazione. E il numero di telefono? Non lo sa e mi invita a cercarmelo. La giornalista vuole che faccia io il suo mestiere. Scriva una lettera. La invito a fare il suo lavoro e verificare ciò che dico. Venga a vedere. Ma non è venuta. Il consigliere si nega. 
E qui continuiamo a respirare polvere. 
Alcuni di noi cominciano a buttare acqua per la strada per “scarmiri” la polvere. Ma il caldo è contro di noi. Nel giro di poco tempo ritorna tutto come prima. Un'autobotte del comune che bagni corso Vittorio è da paese civile, ma qui siamo a Palermo. Il sindaco è un certo Cammarata
Da quattro giorni una strada del centro storico viene trasformata a quella di oltre cento anni fa. Nessuno tranne qualche commerciante si indigna. Butta acqua per strada per “scarmire” anche la rabbia. Che proviene dal sentirsi suddito, in una città ai confini della realtà.

giovedì 1 luglio 2010

Per una strisciata





Stavo alzando la saracinesca del negozio. La strada alle sei del mattino è deserta. Solo il bar di fronte è aperto. Il sole colorava di rosso la strada. Un rumore di bottiglie attira la mia attenzione. Qualcuno sta spargendo per strada l’immondizia che era stata lasciata in un angolo. Guardo ma non riconosco la persona. Poi lo vedo fermarsi al bar. Lo stesso dove vado ogni mattina. Lì lo incontro. Mentre sfoglio il giornale in attesa del mio latte macchiato tiepido, inizia ad inveire contro tutti gli extracomunitari. Rumeni in testa. Sono sporchi. Tutti. Soprattutto i rumeni. Stanno insozzando Palermo. Tunisini, marocchini, zingari, rumeni. Non riesco a trattenermi e dico: “E palermitani”.
“No, i palermitani no. E poi chi c’entra! unn'è u stissu.”
Per me la munnizza è munnizza, e vedo moltissimi palermitani che lasciano il sacchetto all’angolo della strada. Con indifferenza, con un “Ops! Mi è caduto”.
Il tizio comincia a scaldarsi. Senza alcun motivo. Mi sembra un esaltato. Si offende perchè si sente paragonato da me ad un rumeno. Vuole delle scuse, non capisco per cosa. Nel frattempo con una mano mi spinge la spalla. Io mi allontano e finisco il mio latte macchiato. Esco dal bar e mi avvia verso il negozio. Lui dall’ingresso del bar comincia ad inveire contro di me.
Colorite espressioni urlate alle sei e un quarto. In una strada deserta e sempre più arrossata dal sole. Tutto un rosario di invettive. Da “Sei un pezzo di merda” passando per “Si l’ultimu omu di sta terra”.
Apro il negozio e cerco di dimenticare. Vedo il suo motorino fermarsi davanti il mio negozio. Appoggiandosi alla cassa si sporge verso di me. Urlando chiede delle scuse per non so cosa. Mentre lui sbraita guardo il monitor del computer cercando di ignorarlo. Si scalda sempre di più. Pretende che lo guardi negli occhi e gli risponda. Lo guardo un attimo negli occhi. Occhi lucidi, pupille piccolissime. Sicuramente ha iniziato la giornata con una strisciata.
“Non rispondo quando si usa questo tono” gli dico.
Sempre più eccitato mi minaccia. Cerco di non perdere la calma. Mi ci paro davanti. Lui si avvicina all’entrata del negozio e prima di andarsene mi urla:
“E quannu ma vò sucari u sai unni staiu” e se ne va.
Rimango a pensare che, primo non so dove abita. Ma so che sua madre esercita la professione più antica del mondo. E lo fa con discrezione e professionalità. Veramente.
Secondo: pur conoscendolo non mi è balenata per la testa l’idea. Proprio il conoscerlo esclude l’idea.
Terzo: perdere la testa per me, non giustifica tutto questo teatrino.
Poi ho riso ascoltando una canzoncina. Ed è iniziata un’altra giornata.

mercoledì 20 gennaio 2010

Una giornata da non dimenticare



Che è successo? Mi hanno svegliato intorno alle 4,30. Al citofono si presentano “Polizia”. Mi vesto e scendo. Hanno aperto il negozio. Due persone. Rompendo la saracinesca e il vetro della porta. Per terra trovo il contenuto di quattro cassetti. Loro sono stati arrestati. Mancano i soldi, l’incasso di diversi giorni. Mi portano in questura per la denuncia. Ho freddo e desidererei un caffè. “Fa parte di Addiopizzo?”. Cerco di spiegare che no, non più. Anche se sono stato fra i primi commercianti ad aderire. Un agente condivide le mie perplessità. Mi restituiscono i soldi rubati. “ Uno dei due li aveva nascosti nelle mutande“.
Mi riaccompagnano in negozio. Ma tutte le macchine della Polizia sono così anguste e scomode?
Raccolgo il contenuto dei cassetti. Trattengo dei lacrimoni. Trovo una vecchia memory card persa. Poi penso Makkox!
Il disegno che mi ha regalato c’è, poi penso all’ultima copia del suo volume esposto dietro la cassa. Mi giro e controllo. Poi mi dico “Minchia, sei un vero coglione!”.
Danni: la saracinesca da riparare ed il vetro da sostituire. Chiamato lo “specialista” mi fa un preventivo di 300.00 euro. Vabbè 250. Danni collaterali: i lamenti di Davide che indicato alla Polizia come tramite per arrivare a casa mia, viene svegliato prima di me. Lui non fece come quel Pietro che nego tre volte. Gli è bastato una volta sola.
I commercianti della zona prima mi chiedono: “Ma cosa c'é da rubare da te?”. Poi mi consolano: “Gente senza dignità, non si fa con persone dello stesso quartiere” (???). Infine insultano “Non hanno le palle, perché se avessero le palle avrebbero scassato un bancomat”.
Intanto lo “specialista” della saracinesca mi sembra un poco imbranato. Mi da appuntamento alle 13:00 per fare il suo lavoro. Sale e scende dalla scala, controlla, scuote la testa. “Ma è sempre stata così dura?”. Risale, riprova, scuote ancora la testa. Tutto questo fino alle 16,30. Quando decide, guardandomi quasi dispiaciuto, che bisogna smontare l'asse e che le molle hanno ceduto e che... Io mentre parla vedo gonfiarsi quei 250 euro e scuoto la testa anche io. Appuntamento al giorno dopo.
Medito su questa giornata: 19/01/10 anniversario della morte di Bettino Craxi. E questo sarebbe nulla, ma c'é chi vorrebbe riabilitare la figura quanto meno ambigua di questo politico. Tentato furto ad Altroquando. Ancora: in mattinata arriva la notizia che la polizia sta sgombrando il Laboratorio Zeta. Quando si dice una giornata di merda.
Angelo e Salvatore sono i nomi dei due signori che intorno alle quattro di notte hanno sentito l'impellente bisogno di farsi un giro all'interno di Altroquando. Sul giornale viene fatta la sintesi dell'accaduto con le loro foto. Il giornale manco mi degna di un minimo di pubblicità e non mi nomina nemmeno. O meglio titola - Polizia. “Furto in un'edicola”, in cella due pregiudicati-
Un cliente leggendo l'articolo e conoscendo i protagonisti mi dice “Io un euro e mezzo in benzina lo investirei. Per poi buttargliela addosso”. “Ma sono poveri cristi” e quello insiste “Non avere pietà, non se la meritano”.
Ad alcuni amici e conoscenti non basta solidarizzare per email o via facebook. Mi vogliono sentire, vogliono farsi sentire, perché di presenza e tutta un'altra cosa.
Io avrei voluto dimenticare questa giornata diventata celebrativa di un ladro e latitante. Poi ripensando alle coincidenze
proporrei il 19 Gennaio come giornata contro i furti di tutti i tipi. Nei piccoli negozi da dei ladri di polli, in una nazione da uno “statista”, in un centro sociale dalla polizia.