venerdì 18 luglio 2008

L'Oloturia


Ci avevano promesso un'estate fresca. Invece il caldo ci sta attaccato addosso. Un cappotto rovente. E noi, io e il Maestro, andiamo a pranzo.
“Miii cavuru!!!”
“’Veru cavuru c'è, Totò!!!”
“Sei stato a mare?”
“Si”
“Sulu?”
“No”
“E perchè ti identificano con un'oloturia?”
“Lo so, Salvo mi ha raccontato tutto...”
“Si ma ti chiedevo...”
“Mii cavuru chi c'è!!!”
“Mi ha divertito l'idea dell'oloturia...il Maestro... a minchia i mari...”
“Mii non si respira dal caldo!”
“Sì, veru cavuru c'è!... Sai ho raccontato una storia a Sandro, Sandro, quello che aveva un topo in casa...”
“Sempri a solita storia?”
“No, una nuova. Gli è piaciuta e alla fine sai che mi ha detto? Nooo, ma chista è megghiu di Lost”
“Vero?”
“Se. mi rissi megghiu! Con flashback, episodi visti da una angolazione diversa, nuove prospettive, misteri da svelare, e orchi”
“E c'entra Pippo in questa storia?”
“Certamente. Ma ci sono ancora degli angoli bui da illuminare. Non tutto, naturalmente, è veramente come appare...poi...”
“Allora lo scrivi?”
“Non posso!”
“Ma perchè?...”
“E' doloroso scriverne, e poi coinvolge terze persone che...”
“A maggior ragione devi scriverne...”
...
“Quindi non vuoi scrivere di Pippo?”
...
“Allora è questo il tuo scoglio?”

Arrivo della pasta. Con vongole veraci. Che meritano il silenzio, una lode al palato.Io rispetto gli spaghetti, tanto quanto Pippo, e non rispondo. Resto in silenzio. Si mangia in silenzio.

“Ne scriverai Totò? Fallo, ne varrebbe la pena”
“Non lo so, ci penserò”
“A proposito dell'oloturia, conosci il suo meccanismo di difesa?”
“Veramente no”
“Espelle i visceri. Visceri che poi vengono rigenerati. Dovresti prenderne esempio. Hai paura? Esponi le tue parti molli. Scrivi! Cretino!”.
Fuori il caldo riprende il sopravvento.
Il caffè Lui lo prende amaro. Io no.
Prima di andar via mi dice:
“Prendi esempio dal Maestro: difenditi come l'oloturia.”


lunedì 14 luglio 2008

Milano 17 Giugno: Radiohead


Sarei pazzo a non seguirti. Inutile riascoltarli a casa. Dal vivo, dal vivo, che esperienza! E ti ho seguito, ti ho seguito fino a Milano. Presuntuoso, ti ho detto “Porterò un pò del sole del sud”. Prendere l'aereo ogni volta è affrontare la paura del volo. Ma o si ha paura, o si vive. Ogni volta scelgo di affrontare con paura ma ad occhi aperti. Pronto e senza rimpianti. E volo. Milano ci accoglie grigia e piovosa, il suo abito preferito. Un pò di riposo disteso sul letto. Minchia silenzio... giuro che ero quasi disturbato dal silenzio. Mi addormento aspettando un urlo, un colpo di clacson, il rumore di una saracinesca. Almeno un “tunz... tunz... tunz...” da uno stereo... nulla. E dormo . Al risveglio con Davide andiamo a mangiare in un ristorante giapponese. Non mi chiedevo cosa mangiavo, ma le sensazioni del cibo. Cibo da mangiare con gli occhi e vedere con il palato. Senza chiedere spiegazioni. Un esperienza totalizzante, non solo semplice mangiare.
Faccio un pò il turista, con la macchinetta fotografica sempre pronta. Poi Bacon. Una mostra di Francis Bacon. Una ottantina di quadri che mettono a nudo le nostre cicatrici interne. Meno male che non c'era Davide, perchè avrebbe visto le lacrime richieste al concerto. Mai dargli soddisfazione! Siamo uomini mica quaquaraquà. Che cazzo!
Ancora frastornato all'uscita incontro Davide. Poco convinto seguo la sua indicazione e vado a vedere “L'ultima cena” una installazione (?) di Peter Greenaway. Vado. All'uscita ho avuto una sensazione strana. Il piacere che monta con il passare del tempo. Come se le sequenze ritornassero alla memoria. Dandogli alle volte anche un senso.
Ma noi siamo qui per il concerto. Sotto la pioggia arriviamo all'Arena Civica. Fila enorme davanti a noi. Cancelli ancora chiusi. Piove e i piedi nel fango. Poi conquistiamo la nostra postazione. E... da qui non ci si muove. Una birra? No, no, non hai capito: da qui, non ci si muove. Il cielo sopra di noi è plumbeo. Ogni tanto incrociamo gli sguardi per sottolineare i lampi. Per un pò non piove, poi quasi a ricodarci che non si era dimenticata di noi la pioggia ricomincia. Per rifarsi, qualche minuto grandina. Mando da questa ”merda” di città, come ripeteva spesso il Maestro. un sms a Filippo.“Piove e ogni tanto grandina anche”. “Beati voi, qui scirocco e caldo insopporatabile” mi risponde. E qui, in questa città tanto ben descritta dal Maestro, qui, piove.
Finalmente arrivano i Radiohead e il cielo si apre per ascoltare meglio e non piove più. No, seriamente, non ha più piovuto. Per tutto il concerto. Li adoro questi ragazzi. Eccezionali dal vivo. Rivedo Bacon nelle loro facce proiettate ingrandite. E la scenografia, con quelle luci da baraccone da fiera, conquista una sua dignità. La schiena me la sento a pezzi e i piedi stanno sempre più stretti dentro le scarpe. E danzo, come fosse l'ultima volta. Con i Radiohead. Perchè voglio assaporare tutto. Per portarmi via il più possibile di tutto ciò. Dei suoni. Dei volti. Dei diversi odori di fumo, ma anche di erba. Dei Radiohead. Di Davide sorridente. Dell'abbraccio prolungato con Brembi. Di Tom. Ma dai, perchè no? Anche del risultato delle due partite di calcio. Della gentilezza del cielo milanese. E conservarli per farne carne di questo passaggio.

lunedì 30 giugno 2008

Lezioni

Ho incontrato Peppuccio, con al seguito Killer, l'inseparabile cane. Peppuccio mi ferma prendendomi per un braccio. E inizia a parlare. Mi racconta dei rosoli, i liquori dolci, fatti dalla madre. Madre che secondo lui, io dovrei ricordare. Non si capacita che io non possa averne memoria. Killer ci osserva mentre si spulcia.
Come, non ricordi la friggitoria? Mia mamma lavorava lì”.
Ma prima di dirlo parte con una lunga e dettagliata ricostruzione del quartiere. Con tutti i negozi. Come se tutto il suo albero genealogico occupasse il territorio. Colorando con aneddoti i parenti che nominava. “Ma come? Non ricordi? Saro ' u pisciaiuolo. Iddu era me ziu, frate di me matri“. Alla fine gli dico di sì, ma non ricordo quella persona. Killer sdraiato per terra, aspetta annoiato.
I liquori dolci, sua madre, li faceva con diverse essenze. Lui sottolinea soprattutto la gradazione alcolica. Lei, allora, si vantava della varietà dei rosoli. Soprattutto di quello con le fragoline.

A lei veniva speciale!”.
A lui solo a parlare di alcol si illuminano gli occhi. Dalle varie bottiglie, lui ragazzino, furtivamente attingeva spesso. E quando la madre gli faceva notare la diminuzione del livello in alcune bottiglie, lui con gli occhi più innocenti di questo mondo rispondeva: “Mà, l'alcol evapora. Che non lo sai?”.
Ricorda la piccola forma dei biccherini da rosoli, ma lui, tiene a precisare, non li usava.

Nooo, nnu bicchieri d'un quartu vivìa”.
Mi racconta della sfida con suo zio Saro. Per Peppuccio, Saro era uno “tuttu vucca comu u granciu”, vantandosi spesso delle proprie imprese. Quel continuare a ripetere “Mi sono fatto quattro birre”, e “Minchia, lucidissimo sono” a Peppuccio rompeva e fece partire la sfida. Con alcool, alcool puro. Novanta gradi novanta. Mica cazzi! Uno di fronte all'altro. Beve Saro un sorso di quell'inferno. Quasi soffoca, diventa paonazzo e tossisce. Beve Peppuccio, mezzo bicchiere “d'un quartu”. Tranquillo si alza e rivolgendosi allo zio gli dice:

E ora un parrari cchiù!”
Ride nel raccontare l'umiliazione inflitta allo zio chiacchierone. Ricorda anche il velo di fuoco che si diffuse nel suo stomaco. Ma da quel giorno Saro gli portò rispetto. Killer si alza e si stiracchia. Forse ha intuito che siamo all'epilogo della storia.
La mamma di Peppuccio aveva imparato che l'alcool con il tempo evapora. Saro a non sfidare mai il nipote.
Killer scodinzola, allontanandosi con Peppuccio, perchè sa.
Grande maestro Peppuccio.


lunedì 23 giugno 2008

Quello che non c'è






Ho questa foto
di pura gioia
è di un bambino
con la sua pistola
che spara dritto
davanti a sé
a quello che non c'è
(Afterhours)


L'incontro con Brembi. Brembi che porta sempre, nell'angolo degli occhi, un velo di tristezza. Che è sempre lì. Anche nei momenti più allegri. In quell'angolo dei suoi occhi neri e furbetti.
Due amici si incontrano. Ed io capisco il suo sogno di volo. Mentre mi racconta di sè. Parla. Ogni tanto si illumina con un sorriso. Anche io, parlo. Ma io mi reputo noioso nei discorsi lunghi.
Un caffè dimenticato dopo uno squillo. Attraverso il telefono l'apertura di una sua ferita. Quasi una perdita di controllo. La sofferenza di non essere amato da chi ami. Il dolore che non sai come seppellire. Poi dice e non dice, nasconde lo sguardo, quasi un velo a proteggesi. Ed io lo rispetto.
In casa sua ho avuto un rigurgito. Subito riconosciuto come Milano. Perchè Milano lascia in bocca un retrogusto ferroso. Che ti porti dietro anche quando ti allontani dalla città. Dalla finestra arrivavano i cinguettii di decine di uccelli. Dopo una doccia Milano era scivolata via dal mio corpo. Gli uccellini continuavano a svolazzzare, quando noi andammo a cena.
Incantevole la luna apparsa sopra Bergamo. Inchiodata adesso in una foto. Sdolcinata, ma bella. Che riesce a commuovere anche un leone.
La polenta taragna mangiata a cena era salata. Ritornato a casa di Brembi mi sarei attaccato ad un idrante. Mi accontentai di due biccheroni d'acqua.
No, non ho avuto incubi. Non potevo. Come potevo. Ho dormito con accanto un angelo.
Inchiodata in una foto adesso la luna è uno schifo. Anche un pò sfocata.

venerdì 13 giugno 2008

Duetto




Ci avviamo verso la trattoria...
Il cuore, mettici il cuore.
Davide si è appena tagliato i capelli...
Non andare troppo sullo scontato.

Orgoglioso di dimostrare meno anni. A me sembra più vecchio, ma non glielo dico per non deprimerlo...
No, no, non ci siamo, non c'è forza.

Come al solito ancora prima di arrivare mi comunica la sua scelta. “Minchia, oggi pasta a carrettiera e ca' muddica!!!”. Io e lui sappiamo che non sarà la sua scelta definitiva. Ma facciamo finta di crederci...
Vedi, stavi ingranando e poi ti sei perso.
All'entrata nessuna insegna. Due piante ai bordi, due esemplari di rododendri assetati...
Seee.. u rododendro, u rododendro, arrivò u botanico. Scrittura. Qui parliamo di SCRITTURA, non di botanica...

Il posto si presenta pulito. Il cuoco, nel suo metro e mezzo di cucina, trita una montagna di spicchi d'aglio. Mi guarda, io accenno un saluto...
A solita frocia. Ouuuh , n
un ci nteressa !
Naturalmente, Davide si prende una fetta di arrosto panato. Lo prendo di contropiede e ordino io la mezza
carrettiera. E la birra...
Non capirai mai, i virguli i metti a muzzu. Iddu scrivi, e poi qua e là ecca i virgole.Unni vannu vannu.

Ogni ordinazione passata dal cameriere al cuoco termina con “Sciupì”. Con un po' di sfacciataggine chiedo. “Sciupì è il nome del cuoco”. Mi risponde il cameriere indicandolo... Totò, qui Sciupì non interessa a nessuno. L'anima devi tirare fuori quella fottutissima anima. Se c'è!?
La cucina è a vista. Ogni tanto osservo cosa e come cucina Sciupì. Come butta quei fili rigidi di pasta...
Fermati! No, brodo primordiale NON LO DEVI USARE. Non cominciamo col caleidoscopico e minchiate del genere. Tu non parli così. Non sono parole tue.

L'irresistibile gesto del cuoco nell'assaggiare il condimento portandolo con un dito alla bocca. La pasta con una spolverata di muddica atturrata è eccezionale...
La cucina, la cucina non trattarla, è un campo minato. Lascia stare, non sei pronto. Si vede che per te è ancora presto per parlarne.

Anche Sciupì è rasato di fresco. La sua nuca è veramente affascinante.
Mentre divoro la pasta, ogni tanto lo guardo. Davide mi dice che è tunisino. Ha occhi nerissimi e grandi. Me ne potrei innamorare...
Levaci manu Totò, unn'è cosa. Si' lagnusu! Ma tu liggisti Leopardi... e La versione di Barney? Nenti, si' lagnusu.
Volevo un sogno a cui aggrapparmi, e solo fragili liane a reggere il tempo
avevo un cuore puro fattosi cupo per mancanza di coraggio...
A finemo ccà? Finemula ccà! Ciao Totò!


lunedì 9 giugno 2008

L'ultimo pianto di Sandro


Iu m'a spirugghiu!”
Minchia, me le sarei rimangiate quelle quattro parole subito dopo averle dette. Ma ormai era fatta. Legato a quelle parole dovevo trovare il modo di uscirne a testa alta. Rimisi nel marsupio la chiave della “mia” nuova casa. E andai via, da solo. A vivere da solo. Quella chiave la mia forza, la mia indipendenza. Poco altro nel marsupio. Fazzolettini di carta, un preservativo e un portachiavi con Bart. Quello dei Simpson. Un piccolo spaccata della mia vita.
Poi in tre mi bloccano per strada. Mi fanno scendere dal mio vespino.
Nulla di prezioso da difendere, ma il mio marsupio non lo mollavo. C'era parte della mia dignità in gioco. Buttato per terra, guardavo di sbieco il mio vespino grigio. E loro, sbucati quasi dal nulla ad aggredirmi. Una spinta. Un'altra. Un cazzotto e io per terra. Un calcio sferrato al mio fianco. Faceva male. Non mollavo però. Cazzo, se faceva male. Ma non mollavo la presa. Era doloroso respirare. E l'unico pensiero era “Il marsupio no... Il marsupio no...”. Ma loro stavano avendo la meglio. Il dolore alle costole era insopportabile.
Se non fossi uscito non sarebbe successo. Se mi fossi ritirato prima non li avrei incontrati. Ma quello che doveva succedere era già successo. Fossi stato solo avrei pianto. Ma ora no, non potevo arrendermi. No, adesso no! Piegato in due per terra, e quei tre che infierivano su di me.

Placida notte e verecondo raggio della cadente luna”,
mentre mi aggrediscono disteso per terra cominciavo a delirare. Profetico delirio poetico .

E tu che spunti
fra la tacita selva in sù la rupe
nunzio del giorno; ...”
Intervieni. Intervenne e i tre si diedero alla fuga. Una guardia giurata di servizio nell'ufficio postale. Mi aiutò a rialzarmi. Feci uno sforzo enorme solo per pronunciare “grazie”. E solo allora allentai la presa delle mie mani che stringevano il marsupio. E mentre mi allontanavo tirai fuori Bart con le chiavi. Li strinsi nella mano destra. Avvicinai il pugno alle mie labbra. E iniziai a piangere.


sabato 31 maggio 2008

I Maestri del colore: Goya

La famiglia reale” (part.) opera di Francisco Goya(1746-1828)