martedì 3 marzo 2009

Lista della spesa




una retina per contenere la rabbia
un salvadanaio dove raccogliere le offese
una pistola ad acqua per i momenti bui
un cd vuoto per le possibilità
filigrana per ristampare i sogni
tè verde per rinsaldare la speranza
per oggi basterebbe
se non avessi desideri.

mercoledì 11 febbraio 2009

The English teacher




Era severo, il professore d'inglese. Un pò british nel suo completo grigio con ombrello intonato. Con il suo caratteristico incedere claudicante. Autoritario in classe: guai a chi parla! Ma era stronzo il professore d'inglese. Riina era veramente molto effeminato e gli sberleffi che non facevamo noi compagni di classe li faceva lui. Sottolineando quella mano morbida che attraversava l'aria come una farfalla. O quella posa, con una mano appoggiata al fianco. Era bravo Riina sempre preparato in tutte le materie. Solo in educazione fisica aveva enormi difficoltà. Mentre il professore era bravo nell'insegnarci la sua materia, ma nella vita avrebbe avuto lo stesso voto di Riina in educazione fisica. Ma lo appresi dopo. Anni dopo. Il severo professore d'inglese. Ancora con quell'aria british. Anche all'interno di un cinema porno. Dove l'incontrai, e dove mi corteggio. E dopo nudi a letto gli ricordai Riina. Che non lasciò in lui ricordo. Ma lui lo portava dentro reprimendolo. Non riconoscendo la fratellanza che lo univa a quel ragazzo effemminato

lunedì 5 gennaio 2009

venerdì 26 dicembre 2008

Fiiili...





“Fiiili.”
La voce risuona fra i vicoli della Vucciria. Filippo non risponde. Si nasconde dietro un angolo.
“Fiiili.”
Lui, sedicenne agli arresti domiciliari. Per uno dei tanti scippi che avvengono giornalmente a Palermo.
Filippo vive con il fratello, è la moglie di questo che lo chiama affacciata al balcone.
Tante cose affascinano Filippo. Fra tutto in particolare le donne.
Guarda. Segue con lo sguardo. Spia... si inumidisce il labbro. Sogna.
Qualche volta seduto su un motorino posteggiato nel vicolo si masturba guardando una persiana semi socchiusa. Oppure sogna.
Filippo sogna...
Di poterlo rifare. Uno scippo sostanzioso. Una bella turista con un borsello pieno di soldi. Tanti soldi.
Lui non vuole essere come il padre che chiedeva l'elemosina davanti la banca. No! Un bel lavoro pulito pulito. Poca fatica tanto guadagno. Un semplice scippo di borsetta.
Filippo sogna...
Un motorino come quello che utilizzava la madre per accompagnare il marito a mendicare. Ti immaggini con un motorino come riesce meglio lo scippo. No adesso, che deve correre a perdifiato lungo il labirinto dei vicoli della Vucciria. Fino a sentirsi scoppiare il cuore. Con un motorino... sarebbe tutta un'altra storia. Come una scopata, al posto di una sega.
Filippo sogna...
Un'altro telefonino. E libero di scendere tra i vicoli senza doversi nascondere al passaggio di una macchina della polizia. Per sfoggiare il cellulare nuovo, facendo finte telefonate. Parlando a improbabili ragazze, con nomi come Jessica o Pamela.
Filippo sogna...
Sotto queste feste dei botti più potenti. Quelli che fanno tremare i vetri delle finestre. Forte e potente come un tuono di un temporale estivo. E far saltare tutto per aria, e poi ridere fino alle lacrime.
“Fiiilii...”
Filippo torna alla realta...
Si accende una sigaretta con aria spavalda si avvia verso casa.
“Arrivo, arrivo...”
E và verso la sua prigione.

lunedì 1 dicembre 2008

Le foto di Massimo




Ora ti faccio la foto, Perì. Mettiti qui, bene in luce. Che sei bello, Perì! Ti ho curato bene e adesso ti faccio la tua foto. La metterò accanto alle altre. Appesa alla parete con un chiodino. A decine ne ho di foto. Tutte allineate sul muro della mia stanza. Sai ci scrivo in tutte il nome. Perchè, ti chiedi? Perchè anche io ho le mie debolezze. Mi piace avere un ricordo. Io, tutti vi ho amato. E dopo, ogni volta, mi giro verso la parete e piango. Sì, non so trattenermi. Le lacrime lavano il mio dolore. Ma dimmi tu, che faccio? Questo mi hanno insegnato. Di questo campavamo, ed era giusto farlo. Questo fin da piccolo mi hanno fatto vedere. No, non le foto. Ma quello che devo fare dopo. Dopo aver fatto la foto. Perchè questo è il mio mestiere. Vivo di voi, di te e degli altri. Solo che non voglio dimenticarvi e quindi vi fotografo. Dai, mettiti da questa parte che ti si vede meglio. Sei veramente bello!
Due, te ne faccio, due. Per essere più sicuro, due scatti ti faccio. Ecco, fatti!
Adesso entriamo. Mettiamoci vicino quello scarico che c'è per terra. Non ti faccio male. Un attimo, e non senti più nulla. La lama è affilata e cederai presto. Poi non sarai più Perì, ma carne di agnello.
Ora sei carne, io non ho più Perì, e piango la sua assenza.

lunedì 24 novembre 2008

Dai, che sei solo!




“E dai, che sei solo!”
Lo ripete a voce alta. Più volte durante la mattinata. Lui è Michele. Ha riaperto la sua vecchia friggitoria nella piazzetta. “E dai, che sei solo!” è un auto incitamento e forse anche una bestemmia. “Dai, che siamo soli!” è l'unica variante. Detto di domenica mattina, rivolgendosi al barbiere. Perchè unici in tutto il mercato ad essere aperti.
”Dai, che siamo soli!”
Michele non è solo. Il fratello e la sorella lavorano con lui.
A Michele piace la musica anni sessanta. Non la fa mancare mai. Di buon'ora appena apre accende il suo piccolo stereo e via con Camaleonti, Little Tony, Michele (Michele il cantante), Rita Pavone, ecc... Lui stonatamente alle volte afferra un ritornello e lo uccide.
Michele è il pioniere del vecchio far-west. Lui porta un pò di regole dove prima vi era il caos. Assediato da una tribù di biondi indiani cattivi. Una tribù composta quasi esclusivamente da donne e bambini. Il trentottesimo caval leggeri, in una retata, ha portato dentro il carcere del fortino gli uomini. Niente di grave, piccole normali cose.
“Furtarelli piccolo spaccio... cose da nulla. Perchè vorresti dire che dovrei vergognarmi che mio marito è in carcere? Ho il marito in carcere! E allora? “
“E dai, che sei solo!”
Michele non protesta se loro si impossessano di un suo tavolino. I bambini, della tribù di biondi indiani cattivi, spargono immondizzia nella piazza. Così, per giocare. O si abbassano i pantaloni e pisciano in un angolo della piazza. Mentre ci sono clienti di Michele seduti a mangiare. E lui pazientemente cerca di allontanare quei diavoli urlanti. Sua sorella cerca di ripulire.
“E dai, che sei solo!”
Michele non solo fa le panelle, ma spesso fa pure le “rascature”. Nessun ormai le fa più. Vengono fatte con la farina di ceci cotta, rimasta attaccata alla pentola. Dando una forma triangolare. Vengono poi fritti come le panelle.
“E dai, che sei solo!”
La tribù di biondi indiani cattivi usa la guerriglia. Fa un blitz e si ritirano. Mandano in avanscoperta i bambini. Invadono la piazza. Discutono anche:
“Quannu muriu me patri mi misi u luttu, ma dopo na simana minni ivu a mari.”
“Certo uno ca è vivo ne che pò fari a vita du muartu”
“Veru Francè, però u viri. Dopo na simana ca muriu me padri minni ivu a mari. Ma si mi murissi me figghi mancu dopo un annu mi vinissi u disiu du mari...”
Nel frattempo uno dei figli, Giovanni il più piccolo, disturba chiunque passi. Punta la sua pistola, carica di pallini di plastica arancioni e spara. Allo sguardo seccato dell'ennesimo passante colpito da uno di quei pallini arancioni la madre lo richiama dicendogli:
“A fiiinisci... chi t'ammazzassiru!!!”
“E dai, che sei solo!”
Ormai nella zona Michele è associato a quella frase. Spesso al suo passare qualcuno gliela urla dietro.
“Dai, che sei solo!”

lunedì 17 novembre 2008

Boris



La mia passione verso le cotolette, si rafforzò quando conobbi Boris.
Boris, incontrato dopo il mio ritorno da Amsterdam. Di notte, davanti la stazione centrale. Lui su una Volkswagen verde. Mi avvicinai e gli dissi:
“ Ti andrebbe di fare l'amore con me? ”
Lui sorrise e mi fece cenno di salire in macchina. Inizio da lì una storia durata quasi venti anni.
Boris era bravissimo in cucina. Suo piatto forte era u bruciuluni. Il cosiddetto falsomagro. Una vera bomba di piacere. Metteva pan grattato, listarelle di lardo e formaggio, uova sode, mortadella, pinoli e uva passa. Il tutto avvolto da una fetta enorme di carne. Prima veniva rosolato e poi cotto nella salsa.
Ma io impazzivo per come cucinava le cotolette. Che per anni ho cercato di imitarle senza mai riuscirci. Eppure lo osservavo sempre quando cucinava. Ma il segreto non sono riuscito a scovarlo.
Boris amava i formaggi. Non mancavano mai nel suo frigo. Dove teneva un contenitore con formaggi di due o tre tipi diversi. Non gradiva molto il burro. Tranne nei dolci. Come suo padre, Boris, impazziva per i dolci. Mi raccontava che suo padre, che viveva a Camporeale, veniva ogni tanto a Palermo per sbrigare degli affari. Non solo economici ma anche di cuore. Quando era a Palermo vi passava anche la notte e dormiva in albergo. La sera, prima di ritirarsi, comprava una cassata siciliana da un chilo. Arrivato nella sua stanza scartava la cassata e ne mangiava un pezzo. Poi poggiava il vassoio sul comodino. Durante la notte ogni tanto si svegliava e ne mangiava un pò. Al mattino il vassoio era vuoto e la cassata finita. Compresa tutta la frutta candita.
Il padre di Boris aveva due grandi amori: le donne e la cassata siciliana. Credo sarebbe impazzito di piacere ad avere una donna a letto e una cassata sul comodino.
Boris dal padre aveva ereditato solo la passione per la cassata.

“Maestro non trovo come chiudere... avevo una mezza idea di riprendere il discorso sull'oloturia. Ho scoperto che in alcuni paesi viene utilizzata anche in cucina. Appena pescata viene pulita ed essiccata al sole. Poi viene fatta rinvenire, e a pezzi viene cucinata insieme a delle verdure. Ma a parte queste generiche indicazioni, non ho trovato una specifica ricetta a base di oloturia.”
“E ti servirebbe?”
“ Sì, perchè sarebbe la chiusura di un cerchio.Altrimenti non saprei come chiudere...”
“Ma è semplicissimo Totò”
“Sarebbe a dire? Cosa scrivo per chiudere?”
“Fine.”