sabato 31 maggio 2008

I Maestri del colore: Goya

La famiglia reale” (part.) opera di Francisco Goya(1746-1828)

mercoledì 14 maggio 2008

Una notte



Il fumo invade tutta la casa. Sa di carne alla brace. Trasporta il tranello dell'odore di un inesistente arrosto. Tanino ha messo sulla graticola un bel pezzo di grasso. Tutto il quartiere vedrà le nuvole di fumo e avvertirà l'odore. A tutti arriverà il suo “Oouuuh, sugnu ccà”. Tutti capiranno. Taninu u stigghiularu grapiu.
Sono solo le 18,00. Le taverne sono piene mentre il mercato langue. Tanino non è il solo stigghiularu. Sono due e l'altro, u biunnu, apre un pò più tardi. Hanno orari leggermente sfasati. Due belle distinte sfumazzate.
Al tramonto la città, come in un sogno, diventa albero e le sue strade rami. E nel cuore agonizzante di questa Palermo le persone sono uccelli. Ognuno con il suo verso per ribadire la propria presenza. Uno svolazzare con accenni di danza o più spesso di lite. Fino al primo buio.
L'ultimo a cantare è sempre quel cretino. Con l'autoradio a tutto volume sotto il balcone della ragazza che non lo caca. Ma lui insiste con quelle canzoni finte napoletane.

mi son fatto l'amante... una bionda attraente... tu per me un si cchiu niente..."
Cretino!
Fra le 20 e le 21 la colonna sonora cambia. Un fruscio di televisioni tutte sintonizzate su canale cinque. Un timido silenzio volendo.
Qualche passo risuona nel vicolo. Qualcuno chiama un nome incomprensibile. Quasi in lacrime. Strepitando un franco, anto, marco, azzo ne sò. Comunque il nome poco importa, il risultato sarebbe lo stesso. La polizia lo carica in macchina e si porta via franco, anto, marco, azzo ne sò.
Alzando un pò il volume del televisore si riesce a isolarsi abbastanza. Ma la notte non è ancora iniziata. Quando cominciano lontani tamburi a rullare allora sì, inizia la festa. La musica arriva solo con i bassi. Un tunz tunz tunz che a volte fa tremare i vetri della finestra. Non li invidio. Vorrei solo dormire in silenzio. Tunz tunz tunz. Alle volte, purtroppo non sempre, diventa una nenia e mi ci abbandono. Allora dormo, dormo e continuo a sentirlo ” tunz tunz tunz...”. Poi le bottiglie tirate contro una saracinesca. Le telefonate a sguarcia gola. Perchè lei non si meritava di essere trattata così. Lo strunziamento pubblico del suo, precisa, da questo momento ex compagno. Ma no, cinque o dieci minuti, nooo. Mezz'ora. MEZZ'ORA. E' andata avanti mezz'ora, passeggiando sotto il mio balcone. In un vicolo strettissimo cassa risonante magnifica. Ed io sveglio. Gli occhi sbarrati. A considerare se un secchio d'acqua fosse abbastanza vendetta.
I peggiori sono gli ultimi a lasciare la piazza. Quelli andati via di mala voglia. Sono appena le 5 cosa cazzo vai a casa a fare a quest'ora? Allora si inventano un intrattenimento. Così tanto per allungare la serata. Un classico è la pedata ad una saracinesca, che grazie all'acustica particolare del luogo, diventa un'onda anomala cacofonica. Quel fastidio che entra nell'orecchio e si diffonde attraverso tutti i nervi del corpo.
Alle sei in punto, come tutti i giorni, anche la domenica lo è, l'alzata della rumorosissima saracinesca. Una mattina incuriosito ho voluto vedere chi fosse. Un vicino che usa il magazzino all'angolo come garage per la motoretta. Che cazzo gli dici? Quello va a lavorare con quel mezzo. Certo un'ingrassata alle guide di quella specie di fabbrica di rumori fastidiosi non gli farebbe malissimo.
Che fai? Dormire? Ormai è finita! Mi faccio il caffè, con la gatta attaccata alla tuta. Reclamante la sua prima razione di coccole. Dopo il caffè esco. Un vicino mi ferma. Condividiamo la mala nottata. Ha perfino chiamato qualcuno che dovrebbe essere l'autorità. Che lo invitava a cercare di dormire perchè “son giovani, li lasci divertire...”
Dalla fantasia al potere alla libertà del rompimento del sonno.
Meno male che Palermo appena sveglia sa come mettere di buon umore.
Su un balcone sventola una bandiera. Nera con tre lettere. MCN.



venerdì 4 aprile 2008

I Maestri del colore: Giotto


La cacciata dei diavoli da Arezzo” (part.) opera di Giotto (1255/60-1318/19)



mercoledì 26 marzo 2008

Fierezza




Mi vengono incontro minacciosi. Io cercavo solo cibo. Sono venuti in tre a cacciarmi. Uno è rimasto in disparte. La fame mi ha fatto esporre troppo. In due si chinano e battendo i palmi delle mani sul pavimento procurano un rumore insostenibile. Quasi un rito tribale. Di caccia e morte. Rito nel quale io sono la vittima. Giocano duro, chiudono la porta. In questa stanza non ci sono altre uscite.Cerco di ricordarmi la strada del ritorno. Tutto questo chiasso mi confonde. Mi circondano. Non riesco a trovare la strada, sola una fuga fra gambe divaricate. Indicandomi urlano. Mi sento incastrato. Frastornato e indeciso resto un attimo immobile. Dall'alto un piede pesante, veloce si abbatte su di me. Nell'attimo del silenzio successivo, sento le mi ossa scricchiolare. Cerco un bel pensiero al quale attaccarmi, prima di morire. Con un pezzo di carta bianca vengo raccolto e rinchiuso in un sudario di plastica. Continuo a vedere ancora quell'espressione. L'ultima immagine vista. Il bel pensiero. Vivido è stampato nei miei occhi. Il viso da vinto e mortificato del quarto uomo. E la sua forte sensazione di inadeguatezza. Causate da me anche se a costo della vita.


venerdì 21 marzo 2008

Fratelli


In macchina. In silenzio. Abbiamo ostacoli altissimi fra noi. Tu non sei da solo. Non sei mai da solo. Il tuo fianco è coperto. Non puoi apparire solo. Non ho nulla da condannare né da difendere. Come una spugna, assorbo e ritorno ciò che mi è dato. I paraventi li capisco, li ho usati anche io.
Come se il tempo fosse stato immobile, dopo anni il ritorno e gli stessi ruoli si impossessano di noi. Senza nemmeno la pausa per un “come va?”. Ma noi non siamo da discorsi. Dal silenzio e da uno sguardo traiamo risposte. Gli uomini parlano poco. E mangiano. Scelta del cibo legata a ricordi lontani, e ad un perduto sapore. Affetto mangiato con ingordigia. Per difendersi dalle fette di tristezza di queste feste. Per chi convive con frane e buchi interni. La cassata un abbraccio non dato. Il mandarino candito una pacca sulla spalla. Gli uomini soffrono in silenzio e mangiano. Beati, mangiano. Non parlano, no, non parlano. In comune più censure che ricordi narrabili. Solo nel breve tempo dell'ascensore sono dicibili parole di padre amorevole. Passate come “dote” , un pò per dovere un pò per affetto.
Variazioni in casa tua poche. Un fidanzato in meno e un muro in più. Tutto è così chiaro e nascosto. A coprire il silenzio un televisore sparge buonsenso. Cerco di resistere per non vomitare. Il caffè salvatore arriva tiepido. Infine la fuga con lo scudo di un appuntamento con Filippo.
Festa nel ricordo del frammento di famiglia di cui facevamo parte. Che non è mai esistita come noi volevamo. La ricostruzione di un ricordo di festa perso nel tempo e nello spazio.
Un altro agnello sacrificato inutilmente.
Buona Pasqua





martedì 18 marzo 2008

Capiddi





Sa cosa ntisiru i tò capiddi
ca scumminati ti s'impinnanu
supra a testa
storie vissute rimmintati
matri ca parra e patri ca riri
un pugno na panza
arrivatu du cielu
e carta i cubaida
pigghiata pì bummi



venerdì 14 marzo 2008


Fermo sull'orlo

aspetto risposte

mai avute

con pene attaccate

come muco