venerdì 6 maggio 2011

Paesaggi Urbani: Rose



Mi facevano portare fiori alla madonnina. Gladioli o garofani. Rose solo nelle grandi occasioni. Io provavo pena per loro, costretti ad appassire davanti un simulacro

mercoledì 4 maggio 2011

giovedì 28 aprile 2011

Occhi di lupo




Erano occhi di lupo
ed io ero caduto
già maturo per il raccolto
come una resa
appena appena amato
Senza abbandono
erano gli occhi di lupo
lì iniziò la morte

mercoledì 2 marzo 2011

Quadri di parole





“Entrano
talora
delle larve
ondeggianti
con gran sussiego
e
andatura solenne
convinte
in cuor loro
di essere
dee”

(Nizar Enzo Piccolo Della Rocca)





In una città umiliata e offesa. Fra munnizza e abbandono. Piccole vite resistono. E in altri, nel suo cuore di sangue siciliano, l'arte si fa strada. Non solo sangue ma anche zibibbo. Dentro una taverna.
Fra artisti affermati, pugili suonati, costruttori di cattedrali di munnizza, bevitori, scivola il Principe. Andandosi a posizionare in fondo al bancone distacco aristocratico. In una delle sue postazioni per osservarci. Per studiarci. Per farci dei quadri. Linee sottili tracciate col bisturi. Parole che scorrono e formano l'immagine, l'essenza della persona. Il Principe osserva dalla sua torre d'avorio, e nel distacco fissa in poche parole un quadro.
La torre d'avorio è in fondo alla Taverna. Sorseggia in silenzio e osserva. Talvolta appunta qualche frase.
Ma ci sono anche quadri intimisti. Di angeli caduti. Di Eden perduti. Sempre con un retrogusto decadente.
Non è facile entrare in possesso dei suoi scritti. Ne è geloso. Ma se riesci a far breccia, un suo librettino te lo concede. Con la copertina colorata. Puo essere azzurra, rosa o verde. A secondo se sei uomo, donna o omosessuale.

lunedì 7 febbraio 2011

Scarpe




Mio padre mi ripeteva che una persona la puoi giudicare dalle scarpe. Che nelle scarpe c'è parte dell'essenza della persona che le porta. Lui teneva ad avere scarpe sempre pulite e lucide e si sforzava di inculcarmi questo rito. Quasi ci andasse di mezzo la propria dignità. Mio padre era operaio, ma fiero di mostrarsi dignitoso per un'altra classe. Io ricordo i miei scarponi invernali con la suola tutta zigrinata. Difficili da tenere puliti e lucidi. Comodi e caldi.
Le scarpe della prima comunione. Lucidissime ed eleganti quanto morsa per i miei piedi. Poi messe da parte per la successiva grande occasione.
Il primo paio da tennis. Quelle in parte telate in parte in simil plastica. Compratemi da mio padre alla Vucciria. Ed io a cercare di evitare le pozzanghere del mercato. Mio padre con un'espressione soddisfatta per l'attenzione che mettevo a non sporcare le scarpe nuove.
Sono scarpe gli infradito? Perche con quelle mi presentai all'esame di licenza media. Rimandato a settembre in ben quattro materie. Lettere, matematica, inglese e perfino in disegno. E il professore di lettere non volle esaminarmi perchè vestito in modo indecente. Vabbè avevo pure i capelli un pochettino lunghi. Il professore di lettere era un fascista. Durante l'anno scolastico più di una volta avevamo avuto infervorate discussioni politiche. Riuscendo a farlo incavolare per un tema dove esaltavo i partigiani e la caduta del fascismo.
Ma stavamo parlarlando di scarpe. Indimenticabili le prime scarpe di plastica. Sembravano normalissime scarpe di cuoio e invece erano di plastica. Comprate durante il mio soggiorno ad Amsterdam all'inizio degli anni settanta. La sofferenza più atroce che un piede possa sopportare. Dopo un paio di settimane ho dovuto buttarle.
Le Timberland le ho avute anche io. Mi erano state regalate. Non so quanto fossero originali. Erano blu. Il difetto era che scolorivano. Per i primi tempi avevo sempre i piedi bluastri. Comodissime e industruttibili. Le mettevo sia con che senza calzini. Mi sono durate quasi tre anni, che per me che distruggo un paio di scarpe l'anno, un evento eccezionale.
Ho sempre desiderato gli stivaletti. Come quelli che portavano i Beatles prima maniera. Ma le condizioni familiari non mi permettevano di chiedere tanto. Forse però mi sono perso solo una tortura.
Di solito ho un solo paio di scarpe. Uno invernale ed uno estivo. Non sempre pulitissime.
Non aveva torto in fondo mio padre.

martedì 7 dicembre 2010

O almeno




La sua sputazzella mi arrivò sulle labbra
Ed io che ritenevo
se non maschio allora femmina
Mi sentii fecondato
Giorni dopo accarezzavo la pancia
racchiudeva una creatura
o almeno speravo
Il grembiulino nero
divisa scolastica
mimava un abito premaman
Passò diverso tempo
prima di giustificare la mancata gravidanza
Ero troppo piccolo
Dovevo finire almeno la scuola elementare.

mercoledì 17 novembre 2010

Ora era grande




impasto bene
la calda cenere
dove cova la magia
se questa carne ha cuore
senza paura
accetterò l'inganno




Da lontano si ha una visione d'insieme. Alcuni disegni risaltano meglio. Non si è distratti dai piccoli particolari. Mentalmente non sempre è così. Allora sono andato a riguardarlo. Con in mano la bottiglia da mezzo litro piena d'olio d'oliva. Non salire la prima rampa di scale a due a due come faceva sempre. Ma uno scalino alla volta. Per arrivare fino al quarto piano. Nell'ultima rampa di scale una parte dell'olio si versa per terra. Si era distratto, era inciampato in uno scalino e parte dell'olio adesso colava da un gradino all'altro. Lentamente. Lui si sedette su un gradino posò la bottiglia accanto a sè e chiuse gli occhi. Credeva che avrebbe ricevuto aiuto. Un ragazzino modello si meritava il miracolo. Passarono una decina di minuti prima che riaprisse gli occhi. Guardò la bottiglia. Il livello dell'olio non era cambiato.
Come avrebbe potuto presentarsi a casa? Guardava la porta in finto mogano e non aveva il coraggio di suonare il campanello.
Poi pensò al miracolo dell'olio non avvenuto. Al senso di abbandono e solitudine. Ad una porta che avrebbe attraversato con uno stato d'animo diverso da quando era uscito. Aveva preso coscienza che i miracoli o non esistono o non erano per lui. Che doveva affrontare il resto senza questa speranza. Anche quella porta di casa. Anche la responsabilità della caduta dell'olio.
Tirò un sospiro di sollievo e suono il campanello. Ora era grande.