lunedì 7 giugno 2010

SOS da Altroquando





AltroQuando è in difficoltà economica e chiede aiuto.

Lo facciamo con un pizzico di vergogna. Ma la situazione è critica, e chiediamo aiuto.

AltroQuando è nato a Palermo nel 1991, in un momento storico in cui le fumetterie italiane non esistevano se non come botteghe dell'usato. AltroQuando, per primo, ha introdotto nel capoluogo siciliano l'idea di libreria specializzata nel settore, portando il fumetto europeo, giapponese, americano, dai chioschi delle edicole alla ribalta della vetrina. Qualcosa che all'epoca sembrava stravagante, ma che rappresentava in realtà l'inizio dello sdoganamento culturale del media fumetto. Da prodotto commerciale di nicchia e lettura per la sola infanzia a intrattenimento sofisticato e veicolo culturale.

AltroQuando è stato un punto d'incontro per molti giovani artisti cresciuti insieme alla libreria, alcuni dei quali avrebbero in seguito intrapreso un cammino professionale. La produzione, curata dalla fumetteria, di fanzine (Burp, Il Cassonetto) come di mostre personali e collettive (Sguardi e Visioni) ha contribuito a sviluppare l'humus culturale dal quale sarebbero sorti autori oggi emergenti (Sergio Algozzino, Claudio Stassi, Giuseppe Lo Bocchiaro e tanti altri) e a gettare le basi per la Scuola del Fumetto di Palermo. Tutte realtà che avrebbero faticato a consolidarsi in un panorama cittadino dove il fumetto era ancora un oggetto di culto per pochi.

AltroQuando ha scelto di non fermarsi al mero commercio e alla presentazione dei titoli di maggiore richiamo, ma di guardare oltre e ungere gli ingranaggi. Per questo, in vent'anni di attività, ha coraggiosamente promosso numerose etichette editoriali indipendenti che nelle fumetterie delle maggiori città italiane non trovavano visibilità. Il grande successo della serie Rat-Man, di Leo Ortolani, anch'esso nato come autoproduzione prima del grande balzo professionale, è contato tra i titoli tenuti a battesimo e caldeggiati dalla nostra libreria. E dell'attuale, meritata, popolarità raggiunta da autore e personaggio ci sentiamo particolarmente onorati.

Ma AltroQuando non è stato solo questo, e si è aperto all'espressione artistica a 360 gradi, con le oltre ottanta mostre allestite. Eventi culturali in cui trovavano spazio e ascolto nuove leve della fotografia, della pittura, della grafica sperimentale, della scultura e delle più disparate forme di sperimentazione artistica. AltroQuando ha voluto rompere i confini delle convenzioni e non arenarsi nel semplice ruolo di attività commerciale. Per questo, negli anni, è sempre stato vicino a tutte quelle voci che proponevano un cambiamento. Ne sono esempio le collaborazioni con la rivista Cyberzone e il movimento antiprobizionista. Il sostegno ai centri sociali (ZetaLAB, Ex Carcere) e alla cultura LGBT, con l'apertura di un apposito spazio della libreria e la produzione in proprio della fanzine WOOF!, fino alla recente adesione al primo Gay Pride regionale che avrà luogo nella città di Palermo.

In circa vent'anni di attività, AltroQuando ha fornito alla sua clientela un servizio mai visto altrove nella nostra città, garantendo gratuitamente abbonamenti a fumetti e riviste, spesso con fatica e, con l'avanzare della crisi economica, qualche volta a denti stretti. Ma sempre con una disponibilità e urbanità che ci sentiamo di definire uniche nel nostro ambito lavorativo, spesso così frettoloso e poco attento alle sensibilità degli individui.

La crisi globale, tuttavia, non guarda in faccia nessuno e anche Altroquando oggi si trova in ginocchio. Le mille difficoltà hanno portato a un'inevitabile ritardo di un mese nei pagamenti, e il distributore Alastor, dove ci forniamo, ha bloccato le spedizione delle novità alla nostra fumetteria, decretando, di fatto, la sentenza di morte per la ventennale esperienza di AltroQuando. Un destino che potrebbe essere scongiurato solo dal saldo della fattura entro il 15 Giugno 2010.

Chiediamo dunque l'aiuto di tutti voi, affinché AltroQuando possa continuare a esistere.
Personalmente, pensiamo che la chiusura di una realtà come AltroQuando lascerebbe un vuoto significativo nella città di Palermo. Un vuoto per chi ama il fumetto nelle sue molte forme, per chi è interessato a conoscere e seguire voci e idee culturali fuori del coro.
Sta a voi decidere se ci sbagliamo o no.




P.S.
Una precisazione: noi non chiediamo a nessuno di donare soldi ad AltroQuando, nè lo sta facendo Altroquando stesso. Con questa pagina e con la varie iniziative vogliamo solo spingere la gente a comprare qualche fumetto in più in questo momento di difficoltà!

giovedì 27 maggio 2010

martedì 25 maggio 2010

Mare, mare, mare.




Quella processione di onde questa volta lo turbarono. Dalla panchina guardava il mare che si perdeva a vista d'occhio. Era andato lì per cercare di alleviare la tensione. Distendersi lontano da tutti. Poi venne a galla il fardello. Quello pieno di ricordi pesanti. Di amore non dato o non ricevuto. E subbì un attacco di autocommiserazione. Guardò davanti a sè. Sembrava gli arrivasse un invito, due braccia pronte ad accoglierlo. Quasi amorevolmente. Un unirsi in un abbraccio purificante. Con la grande madre consolatrice. Il ritorno al nulla. Pensò all'indomito guerriero. Sua figura identificativa. Come avrebbe reagito? Come reaggirebbe ora, adesso? Testa alta petto in fuori e vento contro? Sì, ma davanti a questa scelta il guerriero si farebbe sfuggire una lacrima? Si abbandonerebbe all'invito? O lancia in resta e testa alta affronterebbe il peggio?
Lui, non il guerriero, lasciò che le lacrime sgorgassero liberamente. Poi prese la postura da guerriero. Donò al mare il pesante fardello. E si avviò verso casa.
Dicono che ci sia una soglia superata la quale non si senta più dolore. E un sasso o una piuma in più non portano modifiche rilevanti nel fardello.

lunedì 24 maggio 2010

martedì 4 maggio 2010

Tre carte da mille e una da duemila lire




Tre carte da mille e una da duemila lire. Lui aveva parlato di offerta libera. Io mi ero fatto i conti in tasca. E venne fuori quella cifra. L'avevo incontrato seduto su una panchina della villa Giulia. Dopo un suo cenno di saluto, mi sono seduto accanto a lui. I suoi baffi brizzolati scintillavano alla luce del sole. Ci scambiamo qualche battuta. Di dove sei? Quanti anni hai? Quindi lui va subito al sodo. Mi dice che ha bisogno di soldi. Sorride ammiccante. Io resto in silenzio. Non so che decidere. Poi mi giro verso di lui e contrariamente a quello che pensavo dico: “Va bene, andiamo”.
Diretti a casa sua. Camminando in silenzio. Unico scambio di parole per dirmi di entrare nel portone dopo di lui, non insieme. Il portone era di ferro e tutto quanto arruginito. Senza toppa. Appena entrati, sulla sinistra, una enorme scritta tracciata con vernice rossa come benvenuto: “SUCA”.
I gradini per arrivare al primo piano pieni di rifiuti. Cicche, involucri di merendine, mucchi di polvere, uno scarafaggio morto, lattine di coca, pacchetti di sigarette vuoti.
All'interno della casa pochi mobili un materasso ad una piazza buttato per terra, nella seconda stanza un letto matrimoniale. Su una parete della seconda stanza una montagna di coperte e vestiti accatastati quasi fino al tetto.
Lui si spoglia e si sdraia sul materasso per terra. Io mi metto accanto a lui. Tutto si svolge in silenzio. Alla fine mi indica un lavandino in cucina dove sciacquarmi. Ma non c'è nulla per asciugarsi. Lui gira per casa con un enorme telo bianco avvolto intorno alla vita. Mentre mi vesto mi chiede cosa pensassi della “prestazione”. Si allontana un attimo per controllare della biancheria stesa fuori sul balcone. Io ne approfitto e mi preparo i soldi da dargli. Lui prende da una mensola una bottiglia di alcol denaturato e se lo spruzza prima nelle mani e poi sul petto. Appena sono vestito mi si para davanti. Mi sorride e inclina la testa. Come a dire: “Quanto mi dai?”. La sua presenza andava bene, la sua ”prestazione” un pò meno. Cinquemila. Lui mi fa capire che gli sembrano pochi. Mi bacia sulla guancia e mi accompagna alla porta.
Minchia! Appena fuori sono colpito prima da un senso di colpa enorme. Poi avvilimento. Io ho pagato per fare sesso con un uomo. Sentivo la vergogna tutta mia.
Però, però tornai diverse volte a sedermi su quella panchina della villa Giulia. Come un assassino ritornai più volte sul luogo del delitto. Sperando di incontralo ancora. Capendo alla fine il motivo del ritorno. Si spera che rivivendo l'episodio si possa apportare qualche modifica. Poter cambiare il finale. Speranza vana ma dura a morire.
Il rospo rimase una decina di giorni, prima di essere completamente disciolto e digerito. Per trasformarsi negli anni in un' esperienza visssuta da poter raccontare.

lunedì 19 aprile 2010

Se vuole glielo posso descrivere




“Se vuole glielo posso descrivere”
La mia gatta era salita sul tavolo e mi guardava perplessa.
“Se vuole (pausa) glielo posso descrivere”
Ripeto cercando di dare naturalezza alle frasi. E memorizzarle. Non ci avevo pensato che dovevo impararle a memoria. Proprio come a scuola con le poesie. Lo facevo all'ultimo momento. 'mpiccicata ca sputazza. Come allora adesso dopo essere uscito di casa ripetevo le battutte a voce alta.
L'invito mi era arrivato via e-mail. Mi si chiedeva se mi andava di fare un provino per un telefilm. Avevo risposto di sì. La cosa che più mi ha divertito é stato il ruolo che avrei dovuto interpretare. Un prete.
“Se vuole glielo posso descrivere”
Una ragazzina mi ha sentito e si é girata a guardarmi.
Faccio un giro lungo per arrivare a S.Chiara dove avevamo l'appuntamento. La piazza deserta. Mi aspettavo la confusione di un casting. Mi ero preparato a scattare foto ai pretendenti il mio stesso ruolo. Nessuno. Nell'atrio una macchinetta per il caffé. Esco fuori. Un ragazzo entra si fa un caffé, poi si allontana con il biccherino in mano. Mi assale un dubbio. Comincio a chiedermi e se fosse tutto uno scherzo? Ho amici capaci di farlo. Cerco in giro tracce di qualcuno o qualcosa. Niente.
Un signore canuto, con baffetti ben curati, esce dall'atrio. Subito dopo un ragazzo in t-shirt nera mi viene incontro. “Sono del casting, si accomodi”.
Mi lascia in una stanza con la ragazza. La stessa che che mi ha contattato. Elisa. Gentilissima mi fa ripetere la parte, facendo lei le veci del mio interlocutore. Mi indica come porgere meglio le battute. Di non arretrare. Non guardare in macchina. Prendere la postura giusta da prete. Poi finalmente si gira. “Azione”
“Se vuole glielo posso descrivere”...
Mi dicono che é andata bene. Breve intervista filmata. Stop.
Si faranno sentire.
Ritorno a casa e naturalmente ci fantastico su. Poi vado indietro nel tempo. Dentro uno sgabuzzino. Insieme ad altri bambini. A recitare una storia inventata lì per lì. Costruendo un mondo con una parola. Prendendo sul serio il ruolo, piangendo davvero per la perdita di un componente la nostra compagnia di eroi. E mi piaceva.
“Se vuole glielo posso descrivere”

martedì 6 aprile 2010

Un attimo di meditazione




Mi sa di conforto e nostalgia. E poi la sua semplicità è disarmante. Acqua, sale, pastina, olio, formaggio grattugiato. La minestrina. Il mio amore iniziò a San Vito lo Capo. Dove i miei mi mandavano a passare tre mesi nella colonia estiva. Sotto falso nome. Lì, gustando delle lingue di passero in brodo sentii il mio corpo riscaldarsi. Come se ricevesse quell'abbraccio tanto desiderato.
Sì, le minestrine sono calde, corroboranti, qualche volta aromatiche, salutari, leggere, idratanti. Ma non le amo solo per questo. Hanno la liquidità legata all'infazia. La nostra alimentazione inizia con pappine, semolino, minestrine. E ogni cucchiaiata è un legame di affetto, un debito di riconoscenza.
Una volta cresciuto, i miei, non mi preparavano più minestrine. Eccezione era il semolino. Con solo due alternative o con i finocchietti selvatici o con i broccoli. Loro miravano al barocco e la pastina quando usata andava bene nei minestroni o in zuppe varie. Ma da sola no. Troppo povera, funzionale, essenziale. Bahaus contro barocco.
E loro palermitani veraci miravano a piatti elaborati. Con le sarde, con il sugo, con broccoli in tegame. Veri amanti del barocco.
Desiderare una semplice pastina era considerato un sintomo di malore. In famiglia la semplicità veniva considerata un caso di malattia. Come quella volta che in gelateria scelsi un gelato al limone e mia madre mi chiese se avessi mal di stomaco. Perchè un ragazzino, con tanti gusti a disposizione, non poteva scegliere il gelato più semplice e naturale.
Nella loro semplicità le minestrine hanno infinite varianti. Basta poco. Un poco di succo di limone. O un uovo e prezzemolo. E perché no, anche con un dado.
Puro slow food. Perché le devi dedicare tempo mentre la mangi. Richiede attenzione. Perché la minestrina é un tuffo in un abbraccio. Un attimo di meditazione.