lunedì 10 novembre 2008

Da solo




Intorno ai 12-13 anni passavo interi pomeriggi in casa. Non abitavamo più con la nonna. Mio padre, grazie all'eredità lasciatagli da sua madre, comprò una casa a Romagnolo. Lì, per la prima volta, c'erano dei momenti in cui mi ritrovavo a casa da solo. Quando i miei uscivano io preferivo restare a casa. E loro uscivano regolarmente tutti i pomeriggi. O andavano a fare la spesa o a trovare nonna Barbara. In ogni caso mancavano due tre ore. Appena uscivano assaporavo un senso di libertà quasi assoluta. Solo in casa, e poter fare qualunque cosa. Per lo più, quel senso di libertà, si concretizzava nel prendere possesso della cucina e giocare a cucinare. Imbastivo minestrine con quello che trovavo a disposizione. O qualche crema dolce. Cucinavo e mangiavo ciò che preparavo. Quando finivo ripulivo tutto come se avessi commesso chissà quale delitto. Mancava poco che eliminassi anche le impronte digitali lasciate in giro. Aprivo anche balconi e finestre per fare aerare l'ambiente.
Non doveva restare nessuna traccia di ciò che avevo fatto. Non sempre mi riusciva. Una volta mi capitò di non calcolare bene i tempi. Rientrarono trovandomi con un piatto di polpette fatte con patate grattuggiate e uovo. Mi imbarazzava che loro scoprissero questo mio segreto. Anche se mia madre quella volta mi disse:
“Perchè non ne hai fatto di più?”
Io arrossii e mi sentii colpevole. Come sempre.

“Sì, forse qualcosa di buono c'era...Totò”
“Maestro, dice vero? Perchè mi sentirei incoraggiato.”
“Nel senso di colpa.”
“Ho capito. Come al solito Lei sostiene che l'unica cosa buona che ho scritto, a parte una poesia, è quello che devo ancora scrivere.”
“...”
“Mi vuole dire che devo rimpolpettare tutto e riscrivere quello che ho già scritto?”
“Totò lo sai, perchè lo chiedi?”

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